Caponi è un font progettato per una leggera messa a punto del layout dell’Entertainment Weekly in occasione dei 20 anni della rivista. Commissionato (e chiamato da) il direttore Amid Capeci, il font si è fatto strada pian piano nelle pagine della rivista durante l’estate, ma è stato usato per la prima volta regolarmente nel numero di anteprima dei film d’autunno, uscito ad Agosto. La famiglia di questo font è basata vagamente sui primi caratteri di Giambattista Bodoni, il quale a sua volta fu suggestionato dal lavoro di Pierre Simon Fournier. Nel giornale è accosta al Retina Display e al Benton Modern Text.

// fonte: commercial type

Il prossimo numero di V che sarà nelle edicole americane il 2 Settembre è dedicato a New York. Terry Richardson per l’occasione ha deciso di fotografare le donne dell’alta società newyorkese: troviamo Barbara Bush (presidente della Globla Health Corps), Minnie Mortimer, Rachel Roy e Shoshanna Gruss (designer), Maggie Betts (regista), Allison Sarofim (produttrice cinematografica), la dottoressa Lisa Airan (dermatologista) e Byrdie Bell (attrice), in un set ispirato al look degli anni Settanta. Il che vuol dire lunghi pantaloni (tranne per Allison Sarofim, l’unica a portare degli shorts), e tanti altri capi d’abbligliamento che coprono il corpo.

// fonte: nymag

T è lo style magazine del più importante quotidiano americano, il New York Times. L’ultimo carattere progettato da Commercial Type per il magazine è il Pialat. L’art director di T, Chris Martinez, è sempre stato affascinato dal lettering dei titoli di “À nos amours”, un film del 1983 diretto dal regista francese Maurcie Pialat, e ha chiesto di usare quelle forme come punto di partenza per il nuovo carattere.

Berton Hasebe ha così disegnato il carattere in due varianti, una con le attaccature convenzionali e una in versione Open, dove le parti sottili delle lettere appaiono tutte come se fossero logorate.

// fonte: commercialtype

Oprah Winfrey è probabilmente la più famosa ed autorevole presentatrice Americana: il suo nome è un vero e proprio impero che conta tantissimi prodotti di svariati generi, tra cui anche il magazine Oprah.

Per il numero di Settembre 2010, il magazine lancia un look tutto nuovo che ha come protagonista il Wyatt, un carattere senza grazie creato da Paul Barnes. Il Wyatt. Il Wyatt sembra essere usato insieme al National e al Miller. La ri-progettazione del magazine è stata curata da Robert Priest e Grace Lee della Priest + Grace.

// fonte: commercial type

In un articolo ad inizio anno Mark Porter, uno dei più importanti designer nella grafica editoriale (sua è la veste del giornale inglese Guardian), attraverso il progetto Personal News, un quotidiano acquistabile on line con notizie personalizzabili a seconda della tematica, ha introdotto un’interessante analisi sulla grafica editoriale.

[...]Ma sono affascinato dalle implicazioni che (questo progetto) ha sul design. Dietro un’insulsa copertina le pagine sembrano essere riprodotte direttamente dal PDF dell’edizione stampata fornito dalle fonti. L’effetto di gettare insieme pagine di una serie di quotidiani che originariamente hanno differenti progetti grafici (e anche diverse dimensioni di pagina) è bizzarro e inquietante. Certo, i quotidiani hanno anche uno stile proprio nella scrittura e nell’editing, ma le nostre abitudini internettiane promiscue ci rendono meno sensibili a questo di quanto ne saremmo stati nell’era pre-Internet. E quotidiani come The Week (o anche Internazionale) sono la prova vivente che testo e immagini di una vasta varietà di fonti possono coesistere se condividono un progetto grafico coerente.

Ma la forma visiva di un quotidiano o di un giornale definisce il suo carattere in un modo potentissimo, e leggere un mix di pagine che conservano il loro progetto grafico originale disturba. Come designer sono chiaramente molto sensibile ma sospetto che la maggior parte dei lettori proverebbe lo stesso disagio che provo io.

Il design editoriale non è soltanto leggibilità o seduzione, è creare uno spazio che rifletta i valori del titolo. E barcollare improvvisamente da un ambiente a un altro può causare un po’ di vertigini. Perciò se c’è un futuro per questo tipo di operazione dovrebbe essere quello dove il contenuto viene riversato in un nuovo, consistente progetto grafico. C’è una buona ragione se i web aggregators e i settimanali hanno successo in questo territorio e i quotidiani no.

// fonte: mark porter notebook

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