La plastica tradizionale viene creata dal petrolio e questo tipo di produzione coinvolge varie tipologie di prodotti chimici, alcune delle quali dannose per la salute dei consumatori. Ma questo tipo di plastica presenta anche un altro problema: non è biodegradabile e non è composta da risorse rinnovabili. Ci sono così problemi legati non solo alla salute dell’uomo ma anche a quella del pianeta.
Le tecnologie plastiche hanno però subìto un’evoluzione. Ci sono oggi delle plastiche dette biocompostabili che tengono conto della salute del pianeta.
Affinchè una plastica possa essere considerata biocompostabile deve corrispondere a certi criteri. Quello più importante è che deve decomporsi alla stessa velocità della carta, diventando materiale innocuo come l’acqua o la biomassa. Quindi una plastica di questo tipo non produce alcuna sostanza tossica quando si decompone. Ed è proprio questa la caratteristica importante di queste materie plastiche: per essere smaltite devono decomporsi.
PLA, la plastica dal mais
Una di queste plastiche biocompostabili è la PLA. La PLA è una plastica creata dall’amido di mais, il quale viene trasformato in un polimero, l’ingrediente principale dei materiali plastici. Tale polimero ha il nome di acido oolilattico, o PLA.
La plastica PLA viene stampata come una qualsiasi plastica tradizionale: per compressione, per inezione, per estrusione, termoformatura.
I vantaggi della PLA sono molteplici: come già detto, non ci sono più problemi di sostanze chimiche; per le sue qualità di decomposizione può essere utilizzato come compost; è creato con materiali rinnovabili; è duraturo; è l’ideale per le temperature fredde come quelle del freezer (cosa che non è la plastica tradizionale); gli allergici al mais non corrono nessun pericolo perchè l’allergene viene distrutto durante il processo di fabbricazione.
Gli svantaggi invece sono minori: non è una plastica molto resistente al caldo (quindi non ci saranno mai oggetti per il microonde di questo materiale); non può essere gettata nella spazzatura e riciclata, come detto, ma bisogna che diventi compost e si decomponga; i prodotti sottili e più duri come le posate possono cominciare a rompersi dopo 180 giorni.
Attualmente i prodotti creati con la PLA riguardano soprattutto il settore alimentare: troviamo posate, cannucce, tazze, bottiglie d’acqua, vassoi, coperchi, piatti.
// fonte: greenworld365
Nel ventesimo secolo il logo si è evoluto: da marchio di qualità di un prodotto è diventato una distillazione visiva di un’ideale culturale. In questo contesto il brand (la marca, in italiano) ha cominciato ad avere sempre meno a che fare con il prodotto, ed è diventato più simile ad un’idea, ad un concetto: ad esempio la Nike non veniva più vista come “la marca di scarpe” ma acquistava un significato che trascendeva attraverso gli sport e faceva riferimento al concetto di libertà, di movimento. In quell’era la marca è diventata molto importante ed ha acquistato molto più potere che in passato, tant’è che ci sono state persone che si sono tatuate i loghi che esprimono fisicamente quella marca/quel concetto, mentre le celebrità come Oprah Winfrey sono diventate loro stesse delle marche.
Oggi ci ritroviamo in un’era post-brand. Molte marche di successo sono riuscite ormai “a trascendere dal proprio prodotto” diventando molto più di valore rispetto alla loro produzione dei prodotti fisici. In quest’era post-brand è la tecnologia a determinare un’ulteriore evoluzione: essa infatti sta permettendo alle marche di liberarsi ulteriormente dal “mondo visibile” puntando alla nanotecnologia, agli spazi virtuali, al di là del fatto che continuino a produrre prodotti fisici. E cosa succede al logo? Il logo non ha più l’obsoleta concezione di essere statico, uguale, identificativo ed unico. Il logo diventa un costume, un’usanza, un segno più che un simbolo: ad esempio tutti conoscono il logo di MTV ma se chiedessimo a diversi ragazzi di rappresentarlo lo riporterebbero tutti in maniera diversa perchè attualmente esso cambia addirittura da un programma ad un altro. Il logo quindi, proprio come la marca nello scorso secolo, è diventato un’idea, un segno primitivo, più che un simbolo visivo di riconoscimento.
Questo comunque non sta ad indicare la fine della progettazione dell’identità di una marca. Per ora, comunque, è ancora fiorente e questo perchè gli spazi della marca per quanto tecnologici (come i siti internet, etc) riescono a coesistere con i loghi tradizionali. In futuro probabilmente non sarà la progettazione ma il pensare creativamente a guidare la strada del design, con il vantaggio di potersi prendere più rischi quando sarà necessario sviluppare una strategia per il visual di una marca. Più la tecnologia spinge la nostra cultura all’azione, più c’è bisogno di persone che rischiano nel design.
// fonte: smashing magazine
Mad Men è una serie americana creata da Matthew Weiner (lo stesso dei Soprano) che tratta della vita di alcuni pubblicitari che lavorano per l’agenzia Sterling Cooper di Madison Avenue. Manca poco all’inizio della quarta stagione, e forse c’è bisogno di un corso intensivo (o, per i nuovi, un’introduzione) alla trama complicata dello show. Ma invece di leggere un riassunto di 3 anni, la graphic designer Emily Miethner ha ridotto il telefilm nei suoi componenti e creare una Tavola Periodica di Mad Men.
// fonte: flavorwire
Gli Emmy Awards possono essere considerati l’equivalente in campo televisivo di quelli che sono gli Oscar nel cinema o i Grammy nella musica. Contengono tantissime sezioni e non escludono il design. Esiste infatti una categoria apposita per i Migliori Titoli di Apertura (Best Main Title Sequence) di serie televisive, telefilm o film per la tv. Quest’anno le nomination sono:
la Curious Pictures per la serie televisiva Bored To Death (Investigatore Per Noia in Italia) trasmesso dalla HBO
la Imaginary Forces per la serie televisiva Human Target (omonimo in Italia) trasmesso dalla FOX
la Imaginary Forces per la serie televisiva Nurse Jackie (Terapia D’Urto in Italia) trasmesso dalla Showtime
la Imaginary Forces per la mini serie The Pacific (omonima in Italia) trasmesso dalla HBO
lo Shine Studio per il film in tv Temple Grandin (mai arrivato in Italia) trasmesso dalla HBO Films
La semiologia e fenomenologia dell’hashtag è intrigante. E’ molto semplice: su Twitter, gli hashtag – piccoli tag preceduti dal cancelletto (#) – identificano l’argomento del tweet che si scrive e sono quindi usati per far sì che la ricerca tra i milioni e milioni di tweet sia più facile. Per esempio, se si vuole fare un commento su Sarah Palin, si può includere il suo nome nel tweet, oppure si può fare un commento e farlo seguire dal suo nome come hashtag. Verrebbe una cosa come:
“Preferirei avere un’alce come presidente che Sarah Palin!”
O, usando l’hashtag:
“Preferirei avere un’alce come presidente! #SarahPalin”.
Il tweet con l’hashtag nella ricerca dei tweet appare per primo, essendo più forte e esclamativo, e infatti la pratica ha reso questo uso dell’hashtag uno standard di Twitter
Ma gli hashtag hanno subito un’evoluzione, e ora servono a molte altre cose. Normalmente vengono usati per separare il tweet vero e proprio dal commento al tweet, un po’ come il topolino del film “Babe”, che appare alla fine di ogni scena e che, con la sua voce squillante, commenta ciò che si è visto e ciò che si andrà a vedere. Un uso di questo tipo dell’hashtag appare così:
“Sarah Palin come President??!? #preferireiunalce”
Questo uso sovverte totalmente lo scopo originario degli hastag, visto che la possibilità che qualcuno cerchi il termine “preferireiunalce” è nulla. Ma non è questo il punto. Questo particolare hashtag è stranamente divertente perchè, per qualche ragione, iniziare/finire ogni tweet con un hashtag lo rende come se fosse borbottato in un fazzoletto; quando lo leggi senti come se avessi un momento intimo in cui lo scrittore si piega e ti sussurra “preferirei un’alce!” nell’ orecchio.
Un altro modo è quello di usare gli hashtag come disclaimer (esonero di responsabilità) – una versione verbale e più sofisticata del caro e ormai già vecchio emoticon che fa l’occhiolino che sta a significare che si sta scherzando. Per esempio:
“Ho pomiciato con tua moglie! #scherzo”
Ciò che è interessante è che questi hashtag a volte commentano altri hashtag, così che i 140 caratteri dei tweet finiscono per essere come una torta di compleanno:
“Ho pomiciato con tua moglie! #scherzo #leipiacerebbe! #ancheame”
Il modo più subdolo per usare un hashtag è di dividere una parola o frase o nome nel tweet e farlo sembrare come se veramente lo si fosse pronunciato in modo accidentale (questo è un’evoluzione dell’uso “borbottare-nel-fazzoletto” ma con un riferimento al lapsus Freudiano). In questo caso, gli hashtag sono un po’ come una rete che divide ciò che coscienziosamente si sta dicendo, e ciò che è appena uscito fuori, ed è molto utile quando si vogliono fare dei commenti fingendo che assolutamente non si vogliono fare nomi, e poi, ops, vengono fuori. Un hashtag non è un perimetro sicuro, dopo tutto!
Verrebbe una cosa del genere
“Ho pomiciato con tua moglie! #scherzo #lepiacerebbe! #ancheame #ToddPalin”
Impressionante come possa essere ricco e complesso una frase di 140 caratteri con pochi simboli!
//fonte : the new yorker
Uno degli scrittori contemporanei più geniali è sicuramente Douglas Coupland. La sua dimistichezza con la pubblicità e il design (è laureato in Art & Design a Vancouver, e si è specializzato in Giappone e a Milano), che inserisce all’interno delle sue opere, fa sì che i suoi libri siano di forte ispirazione, non solo a livello letterario. Il suo libro d’esordio Generazione X si distingueva, oltre che per la geniale storia, anche per l’impostazione grafica quasi da rivista (vignette, citazioni ai margini come didascalie di foto) che si rispecchiava anche nell’isolito formato del libro stesso.
Ora è a lavoro su tanti progetti: in Italia il suo nuovo romanzo “Generazione A” uscirà ad ottobre per ISBN, sta per debuttare con la sua prima linea di abbigliamento. Ma soprattutto, in occasione del 75° anniversario delle edizioni Penguin, qualche mese fa l’autore ha dato il via al progetto Speaking to the past e ha aperto una pagina Flickr nella quale raccoglie una serie di finte copertine da lui ideate e rimaneggiate. Si tratta di messaggi e slogan veicolati attraverso la classica grafica degli storici volumi Penguin. I lettori possono fare altrettanto (e uplodare le proprie copertine rimaneggiate), utilizzando i template forniti da Coupland stesso.
// fonte: matteo b blog
I dischi sono venduti in tutto il mondo con una copertina uguale in tutto il mondo; i grandi successi cinematografici sono marchiati da uno stile eccezionale. Ma i romanzi, secondo una convenzione che nessuno nell’industria dell’editoria sembra pienamente capace di spiegare, devono avere una copertina diversa da paese a paese. Ciò ispira ogni tipo di pazzia a livello illustrativo, e rende affascinante – spesso disorientante – l’esperienza di dare un’occhiata alle librerie straniere.
Quali possibili discussioni avvengono in Germania, per esempio, quando le case editrici per prime ricevono il manoscritto di House Of Meetings di Martin Amis – un romanzo che descrive la miseria della vita in un gulag russo – e si mettono a lavorare sulla copertina che è formata da 6 figure poste nelle finestre di un appartamento moderno? Cosa suggerisce ai designer dei libri italiani di dare al giovane mago Harry Potter un cappello a forma di topo, e perchè la Francia non opta per il design monocromatico che riveste Everything Is Illuminated di Jonathan Safran Foer in Inghilterra e in America, confezionando invece un acquerello di qualcuno raffigurante l’abbraccio di una donna?

“Ciò che si cerca di fare apparire chiaro su una copertina è l’essenza di un libro, una cosa davvero ambigua” dice Nathan Burton, un designer inglese che ha creato l’affascinante copertina di The Accidental di Ali Smith, basata su un’immagine di una donna morta. “I designer delle differenti nazioni leggono ed interpretano la storia in modi differenti”. Questo non spiega come la Germania sia arrivata alle figure dei ballerini in House Of Meetings, ma “il germe di un’idea viene sempre da qualsiasi cosa” dice Burton. Mostra la copertina svedese di The Accidental, sulla superficie un trattamento completamente diverso – “ma c’è la foto di una ragazza, un carattere in grassetto senza grazie… Potresti dire che sono figli illegittimi di un processo di pensiero simile”.
In verità ci sono delle mere ragioni di affari nel creare copertina che differiscono da territorio a territorio, dice Julian Humphries, il principale designer di copertine della Fourth Estate: “Differenti canali di prezzo hanno differenti sensibilità”. Può essere difficile da definire con precisione cosa siano esattamente queste sensibilità – “E’ una cosa culturale” – dice – “come in paesi diversi si mangiano cose differenti a colazione” – ma parlando genericamente, i libri vengono venduti più facilmente nell’Europa centrale che non in Inghilterra e in America, perciò le case editrici possono essere meno aperti nel tentativo di catturare l’attenzione dei clienti. “In Europa puoi vedere spesso le copertine dei libri con immagini semplici e un carattere chiaro, e questo fa vendere il libro,” dice Burton, il cui colorato design per la copertina A Fraction of The Whole di Steve Tolz resta in netto contrasto con la versione tedesca bianco e nera. “Il mercato del libro in Inghilterra è molto più competitivo, tutte le copertine nei negozi gridano: “Comprami!” Dobbiamo metterci un po’ di marcia in più”.

L’America, d’altronde, tende a indicare la strada alla sua narrativa più che in Inghilterra, dice Humpries. “Con la loro versione di Wolf Hall, per esempio, hanno fatto uscire la storia spiegata nel libro molto di più. La loro è una grandiosa copertina, e hanno vinto premi dovunque”.
Allora perchè gli editori non replicano le copertina che hanno avuto un successo all’estero? “Capita ma è molto raro” dice Humpries. Megan Wilson, art director della Knopf Doubleday a New York, dice che i designer americani sono spesso chiamati a guardare le copertine inglesi, “come esempio di ciò che funziona o no, ma raramente chiediamo di usare direttamente”. Burton cerca di distogliere lo sguardo dalle altre copertine se sta lavorando su un libro che è già stato pubblicato. “Può mandarti fuori. E’ sempre meglio lavorare da zero”.
Avendo lavorato sia in America che in Inghilterra, Wilson è scettico sul fatto che gli acquirenti di libri siano così differenti nelle nazioni da richiedere copertine differenti. “Perchè c’è la necessità di progettare cover differenti per nazioni differenti? Non credo ce ne sia. Quando mi sono trasferito dall’editoria americana dopo aver lavorato in quella inglese, non ho combiato il mio stile.”

“Non so tutto ciò che viene in mente per fare le proprie cose” dice Andrew Smith, un designer della Penguin, “ma è certamente diventata la normalità cominciare le copertina dagli schizzi.” Potrebbe essere che tutto questo zelo nel ri-coprire - un libro di Alexander McCall Smith immaginato in Francia sembra come un numero di National Geographic, uno di Stieg Larsoon in Inghilterra sembra un opuscolo del servizio sanitario – sia orgoglio?
“C’è probabilmente un po’ di orgoglio in questo,” dice Smith, che è parte del team che commissionò la copertina in bianco e nero di Everything Is Illuminated progettata da Jonathan Gray. Sui nudi colorati dell’edizione francese del libro, Smith è diplomatico. “Non proprio il mio tea preferito”
// fonte: guardian – foto: amazon
L’austerità è la parola più usata in questo periodo dai politici e dagli economisti, ma anche dai tecnologisti.
Sebbene l’idea de “il meno è più” (less is more) ha molti aderenti nell’architettura, nel design e nella moda, l’industria tecnologica ha storicamente sposato la visione opposta. I prodotti dovrebbero avere più funzioni possibili; e la versione dell’anno successivo ne deve avere ancora di più. Mentre i prezzi cadono, non appena una nuova caratteristica diventa banale – provate a compare un telefonino senza fotocamera, o una macchina senza finestrini con comando elettronico – prontamente le compagnie aggiungono nuove caratteristiche nello sforzo di battere i loro rivali. Non importa se nessuno usa la maggior parte di queste caratterische. In una corsa agli armamenti, più è sempre più.
Ma ora ci sono segni che i tecnologisti stanno risvegliando a beneficio del minimalismo, grazie a due cose: la fatica tra i consumatori che semplicemente vogliono cose che funzionino, e la forte domanda dai pochi ricchi consumatori dei paesi in via di sviluppo. Ci si sta chiedendo se il valore di mercato della Apple, la compagnia più vicina ai prodotti hi-tech semplice ed eleganti, sia sorprassato da quello della Microsoft, la compagnia con il maggior numero di prodotti con nuove caratteristiche. In verità, i prodotti della Apple contengono molte delle caratteristiche sotto il cappuccio, ma la compagnia possiede una tecnica che nasconde questa complessità usando un design elegante. Le altre compagnia hanno successo per i prodotti facili da usare: pensiamo ai giochi della Nintento Wii o la Flip videocamera. I gadgets non sono più solo per i “nerd”, e se la tecnologia deve attrarre un’ampia utenza, la semplicità trionfa sulle caratteristiche.
Un altro filone della tecno-austerità può essere trovata nei software che rendono le cose semplici in modo da ridurre le distrazioni e assicurarsi che gli utenti del computer restino concentrati e produttivi. Molti programmi di scritture ora hanno delle modalità speciali a tutto schermo, così che tutti i menù non necessari che distraggono, le palette e così via sono nascosti o disabilitati; piuttosto che giocherellare con la grandezza del carattere o a controllare la posta sei incoraggiato a continuare a scrivere. Se la tentazione di dare un piccolo sguardo a Facebook si verifica troppo spesso, ci sono programmi che disabiliteranno l’accesso a particolari siti web in specifiche ore del giorno; e se questo non bastasse, ci sono addirittura programmi che possono bloccare completamente l’accesso ad internet. Un computer sul quale alcune caratteristiche non sono presenti, o sono state deliberatamente disabilitate, può infatti essere più utile se si sta cercando di fare le cose bene. Non ci sono collegamenti che distraggono su una macchina da scrivere!
La frugalità è la madre delle invenzioni
E poi c’è il fenomeno dell’innovazione “frugale” – le nuove idee che emergono quando si cerca di ridurre i costi di qualcosa in modo da renderla abbordabile ai consumatori di posti come China, India e Brazile. I prodotti che ne vengono fuori spesso finiscono per avere un enorme appeal anche nei paesi ricchi, specialmente in un era in cui si tira la cinghia. Il netbook, o portatile low-cost, è stato ispirato da uno schema che produce dei computer economici per i bambini nelle nazioni povere, ma si sono dimostrati popolari anche con i consumatori di tutto il mondo. La Tata ha escogitato la Nano, la macchina più economica del mondo, pensando all’emergente classe media idiana; ora si sta programmando di lanciarla anche in Europa, dove c’è una crescente domanda di veicoli economici e semplici.
Se l’industria tecnologica ossessionata dalle caratteristiche può cambiare il suo tono, forse i governi – che tendono a credere all’idea che più è più – potrebbero apprezzare i meriti del minimalismo.
// fonte: the economist
Non molto tempo fa io ed un mio amico abbiamo ordinato un paio di birre Peroni in un ristorante italiano. Le bottiglie che ci portarono non erano simili alle solite bottiglie Peroni Nastro Azzurro che ci aspettavamo. E’ vero che c’era scritto “Peroni” sull’etichetta, ma la tipografia era tutta sbagliata, c’era troppo rosso nel design e, peggio ancora, c’era la figura di una squadra di calcio. Ho capito più tardi che questa doveva essere la birra chiara più venduta sotto il nome Peroni in Italia, dove la distinzione tra Peroni e Peroni Nastro Azzuro diventa significativa. Il mio amico era chiaramente confuso per questo intoppo semiotico. “Come facciamo a sapere qual è la verità?” reclamò. Tutto ciò che potevo fare fu indicare l’indirizzo della Peroni sulla bottiglia.

I maestri del branding non si sono mai stancati di dircelo. I marchi riguardano – almeno in parte – la fiducia. In un mondo instabile, dove la qualità tende a variare, contiamo sui marchi familiari per rivivere la stessa esperienza che abbiamo provato in un’occasione precedente. Mentre a nessuno dei due, specialmente al mio amico, piace pensarsi come quel tipo di persona che se ne frega di certe cose, questo piccolo incidente è stato un ricordo che ha condizionato le nostre aspettative e anche determinato il nostro piacere, sia che avessimo realizzato che questo fosse accaduto che no. Non puoi gustare l’etichetta eppure la sua firma estetica stabilisce un contesto vitale per la bibita.
Per le etichette che sembrano offrire la sicurezza grafica convincente dell’autenticità del prodotto, nessuno lo fa meglio dei Cechi. La nazione che consuma più birra ha pochi rivali quando si tratta di produrre birra buona e le etichette dei principali marchi sono degli esempi magistrali della “Cechità”. Per anni, la birra chiara che chiedevo di più era la Budweiser Budvar, prodotta nella Budweis da un proprietario indipendente. Primo perchè mi piaceva il sapore secondo perchè, anche prima di andare in Repubblica Ceca, mi piaceva l’idea di una birra che venisse dalla campagna, e terzo perchè mi piaceva l’etichetta. La scritta rossa fluente trasmetteva stile, tradizione e qualità. Le battaglie legali di Budvar con Anheuser-Busch, che aveva creato la sponsorizzata ma inferiore Budweiser, incrementarono l’attrattiva della birra Ceca “svantaggiata”. La compagnia americana cercò costantemente di bloccare i birrai Cechi, che erano perfettamente legittimati nell’uso del loro marchio di fabbrica. (In America, la Budvar si vendeva sin dal 2002).
Le altre due birre Ceche più famose per gli acquirenti britannici, la Pilsner Urquell e la meno conosciuto Staropramen, sono uguali, se non meno eleganti nel design delle loro etichette. Tutte e tre usano gli stessi elementi essenziali. Il nome è inclinato con una sottile ombra sfumata per sollevarlo e lo stile – Staropramen si trova anche nella variante in minuscolo – evoca un’illustre eredità che proviene da un secolo e più (Pilsner Urquell da Pilsen, la prima delle “birre d’oro”, datata 1842; Staropramen, prodotta a Praga, dal 1869). Tutti e tre i nomi cominciano con un sinuosa, energetico ghirigoro e si siede comodamente su un lungo, enfatico tratto angolato alla fine; nella Budvar e nella Staropramen questi ghirigori vengono fuori nella lettera finale. Il sigillo di finta cera rossa – Staropramen inoltre si sviluppa in un motivo a nastro - funziona come certificato ufficiale di eccellenza. Ogni birra fa riferimento al suo paese d’origine con uno stemma araldico o un cimiero. Dietro la parola “Praga” sull’etichetta giallo pallido della Staropramen c’è una vista del castello di Praga e del Ponte Carlo. Sebbene le birre vengano da differenti birrai, vederle insieme sembra esprimere lo spirito di un grande marchio: il paese stesso.
La realtà dei proprietari di birra è molto più complessa di questi incoraggianti simboli di affidabilità locale. Ho bevuto la Pilsner Urquell per un po’ di tempo prima che scoprissi che il marchio ora appartenga a SABMiller, una dei più grandi birrai al mondo, che possiede la Personi come tante altre birre. Staropramen può apparire più “locale” di come una birra di qualità superiore possa essere – la amano a Praga, dove è disponibile in più di 800 pub e ristoranti – ma dal 2000 è stata acquistata da InBev, il più grande birraio al mondo per volume, che ha anche acquistato la Stella Artois e la Beck (l’etichetta Staropramen è stato riprogettato dal mercato Ceco quest’ano). So che dovrei supportare la Budvar, che è restata in mani Ceche. Il problema è che preferisco la Pilsner Urquell. E’ ancora prodotta solo a Pilsen e gli intenditori la considerano una delle migliori birre. Con una bella etichetta anche. Cavolo.
// fonte: rick poynor per eye magazine
Questi erano gli amabili resti, cresciuti intorno alla mia assenza. I legami, a volte esili, a volte stretti a caro prezzo, ma spesso meravigliosi. Nati dopo che me n’ero andata, e cominciai a vedere le cose in un modo che mi lasciava concepire il mondo senza di me.
// film: peter jackson. amabili resti
Alcuni anni or sono, una momentanea incapacità di prender sonno, imputabile ad un’idea angosciante, mi fece camminare per le strade tutta la notte, per diverse notti di seguito. Il disturbo avrebbe potuto richiedere molto tempo per essere vinto, fosse stato languidamente patito a letto; invece, fu presto sconfitto dall’energico trattamento di alzarmi subito dopo essermi coricato, uscire e ritornare stanco all’alba.
In quelle notti, sviluppai un’invidiabile competenza, sia pure amatoriale, di cosa significhi essere un vagabondo. Il mio scopo principale era superare la notte; il suo perseguimento mi portò a simpatizzare con quelli che non pensano ad altro ogni notte dell’anno.
Era il mese di marzo e il tempo era umido, nuvoloso e freddo. Visto che il sole non sarebbe sorto prima delle cinque e trenta, la prospettiva notturna sembrava piuttosto lunga a mezzanotte e mezza, che è più o meno l’ora in cui la affrontavo.
L’irrequietezza di una grande città, il modo in cui si gira e si rigira prima di riuscire a chiudere occhio era uno dei primi intrattenimenti che la scena urbana offriva alla contemplazione di noi poveri vagabondi. Durava due ore circa. Perdevamo un sacco di compagni quando le luci dei pub si spegnevano e i camerieri sbattevano fuori gli ultimi ubriaconi rissosi; poi, restavano pochi veicoli e poche persone. Quando eravamo molto fortunati, spuntava lo sfollagente di un poliziotto e capitava una zuffa, ma, sorprendentemente,
la città elargiva solo di rado questo genere di diversivo. Fatta eccezione per Haymarket, la zona peggio custodita di Londra, per i dintorni di Kent Street nel Borough e per una porzione del tratto della Old Kent Road, di rado la violenza interrompeva la pace.
Tuttavia, succedeva sempre che Londra, come se volesse imitare i singoli cittadini che vi abitavano, prima di spirare avesse convulsioni e spasmi di irrequietezza. Quando tutto sembrava ormai tranquillo, bastava che passasse una sola carrozza, perché ad essa ne seguisse un’altra mezza dozzina. Il vagabondo poteva anche notare che gli ubriachi sembravano magneticamente attratti l’uno dall’altro; e così, quando vedevamo un ubriaco barcollare davanti alle saracinesche di un negozio, sapevamo per certo che, nel giro di cinque minuti, ne sarebbe sopraggiunto un altro, sempre barcollante, per fraternizzare o per azzuffarsi.
Quando ci discostavamo dalla specie più comune di ubriacone, il bevitore di gin dalle braccia scarne, il volto gonfio e le labbra plumbee, e ci imbattevamo in un esemplare più raro, dall’aspetto più decoroso, dieci a uno che era vestito in abiti da lutto sporchi. In questo la notte è come il giorno: la gente comune che entra inaspettatamente in possesso di una piccola fortuna, altrettanto inaspettatamente entra in possesso di una gran quantità di alcolici. Alla lunga queste tremolanti scintille si spegnevano, esauste – le ultime autentiche scintille di vita insonne trascinate da qualche tardivo venditore di focacce o di patate calde – e Londra sprofondava nel sonno. A quel punto il vagabondo si metteva ossessivamente in cerca di qualsiasi traccia di compagnia, di qualsiasi luogo illuminato, di qualsiasi movimento, insomma, di un segno qualunque che suggerisse la presenza di qualcuno ancora in piedi – o, almeno, sveglio – e con lo sguardo scrutava le finestre in cerca di una luce.
Camminando per le strade sotto la pioggia battente, il vagabondo, cammina, cammina e cammina, non vedeva altro che l’interminabile groviglio di strade, salvo quando, a qualche angolo, qua e là, c’erano due poliziotti che conversavano, o il brigadiere e l’ispettore che sorvegliavano i loro uomini. Di tanto in tanto, ma accadeva solo di rado, il vagabondo si accorgeva di una testa che spuntava furtivamente da un uscio a pochi metri da lui; nell’avvicinarsi, sorprendeva un uomo che stava in piedi ben diritto per rimanere nell’ombra, all’apparenza senza far nulla di particolare utilità sociale. Sotto una specie di incanto, e in un
silenzio spettrale che si confaceva all’orario, il vagabondo e questo signore si guardavano da capo a piedi, poi, senza scambiarsi una parola, si separavano, con reciproco sospetto. Goccia, dopo goccia, dopo goccia, dai davanzali e dai cornicioni, e spruzzo dopo spruzzo, dalle condutture e dalle grondaie… in breve l’ombra del vagabondo si posava sulle pietre che lastricano la strada per Waterloo Bridge: il vagabondo, infatti, voleva avere una scusa economica per dire “Buona notte” al gabelliere e riuscire a cogliere un barlume del suo fuoco. Era confortevole vedere insieme al gabelliere un bel fuoco, un bell’impermeabile e una bella sciarpa di lana; anche la sua energica insonnia era un’eccellente compagnia, quando faceva tintinnare il resto del mezzo penny su quella sua scatola di metallo, come un uomo che sfidasse la notte con tutti i suoi tristi pensieri e a cui non importasse dell’arrivo dell’alba.
C’era bisogno d’incoraggiamento sulla soglia, perché il ponte era spaventoso. A quell’ora, l’uomo assassinato e fatto a pezzi non era ancora stato calato oltre il parapetto; era ancora vivo e, con tutta probabilità, dormiva tranquillo, per nulla turbato da sogni sulla fine che avrebbe fatto. Ma il fiume aveva un aspetto terribile: gli edifici sulle sponde erano avvolti in neri sudari e le luci riflesse sembravano avere origine nelle acque profonde, come se gli spettri dei suicidi le trattenessero per mostrare dove si
erano tuffati. La luna e le nubi selvagge erano inquiete come una coscienza sporca in un letto sfatto e l’ombra dell’immensità di Londra sembrava galleggiare oppressivamente sul fiume.
Tra il ponte e i due grandi teatri non c’era che una distanza di poche centinaia di passi; così, i teatri diventavano la tappa successiva. Erano lugubri e bui all’interno, di notte, quei grandi pozzi asciutti, malinconici da immaginare, con le file di volti in dissolvenza, le luci spente e i posti a sedere completamente vuoti. Veniva da pensare che a quest’ora niente di loro fosse riconoscibile, tranne il teschio di Amleto. In una delle mie camminate notturne, mentre i campanili scuotevano il vento e la pioggia di marzo coi rintocchi delle quattro, varcai il confine di uno di questi grandi deserti e vi entrai. Con una fioca lanterna in mano, cercai a tastoni la strada, a me ben nota, per il palco e guardai nel vuoto al di là dell’orchestra, che sembrava una grande fossa scavata per un periodo di pestilenza. Una lugubre caverna dall’aspetto immenso, con i candelabri estinti come tutto il resto, e niente di visibile attraverso la foschia, la nebbia e lo spazio se non file di sudari. Il suolo ai miei piedi dove, l’ultima volta, avevo visto i contadini di Napoli danzare tra le viti, incuranti della montagna bruciante che minacciava di sommergerli, ora era in possesso di un robusto serpente di tubo flessibile, che giaceva guardingo in attesa del serpente di fuoco, pronto ad attaccarlo nel caso mostrasse la sua lingua biforcuta. Il fantasma di un guardiano, che portava con sé il debole cadavere di una candela, apparve in lontananza nel loggione e subito disparve. Battendo in ritirata nel proscenio, con la lanterna sopra la testa in direzione del sipario alzato – ormai non più verde, ma nero come
l’ebano – il mio sguardo si smarrì in un cupo soffitto a volta, dove ancora s’intravedevano i labili resti di un relitto di vele e cordame. Per un attimo mi sentii proprio come un palombaro in fondo al mare.
A quell’ora tarda della notte. in cui non c’era movimento per le strade, mi offrì un’opportunità di riflessione includere Newgate nel percorso e, toccandone la ruvida pietra, pensare ai prigionieri nel sonno; poi, dare un’occhiata alla portineria oltre il cancello appuntito e vedere il fuoco e la luce dei secondini di guardia sul muro bianco.
Non era un momento inopportuno neppure per soffermarsi davanti a quel famigerato portoncino chiamato “Debtor’s Door”, la porta meglio sprangata al mondo, – che per così tanti è stata la Porta della Morte. Ai tempi in cui persone attratte in città dalla campagna si misero a falsificare banconote da una sterlina, quante centinaia di poveretti di entrambi i sessi – molti dei quali del tutto innocenti – lasciarono un mondo impietoso e assurdo, penzolando proprio davanti alla mostruosa immagine del campanile della chiesa cristiana del Santo Sepolcro! Mi domando se in queste ultime notti il salone della Banca è infestato dagli spiriti di antichi direttori tormentati dal rimorso, o è tranquillo come questo degenerato Acèldama che è il carcere di Newgate.
Proseguire verso la Banca, rimpiangendo i bei tempi andati e lamentandosi dei mali presenti, si offriva come la logica prosecuzione e così risolsi di fare; girai intorno alla banca come un vagabondo dedicando un pensierino al tesoro che si trovava al suo interno; pensai anche al drappello di soldati che passava lì la notte scambiandosi cenni sopra il fuoco.
Poi andai a Billingsgate, sperando di trovare gente del mercato, ma poiché si rivelò essere troppo presto, attraversai il London Bridge e scesi vicino alla sponda sulla riva di Surrey, tra gli edifici della grande fabbrica di birra.
Lì c’era molto movimento e il vapore, l’odore di cereali e lo sferragliare dei grossi cavalli da tiro alle mangiatoie furono un’eccellente compagnia. Completamente rianimato da questa bella compagnia, ripartii con un altro spirito, stabilendo come mio prossimo obiettivo la vecchia prigione di King’s Bench di fronte a me e decidendo che, una volta giunto alle mura, avrei pensato al povero Horace Kinch e agli effetti dei tarli sugli uomini. È un morbo molto curioso la sindrome del tarlo, difficile da riconoscere all’inizio. Aveva portato Horace Kinch dentro alle mura della vecchia prigione di King’s Bench per poi farlo uscire con i piedi davanti. Era un uomo promettente a vedersi, nel fiore degli anni, agiato, intelligente quanto bastava e pieno di amici. Aveva un matrimonio riuscito e figli sani e belli. Tuttavia, come alcune case o alcune navi di bell’aspetto, fu attaccato dai tarli. Il primo sintomo importante del parassita è una certa tendenza a nascondersi e a bighellonare, a indugiare ai crocicchi senza un chiaro motivo, a essere sempre diretti da qualche altra parte, a essere in giro piuttosto che in un luogo preciso, a non fare niente di tangibile, essendo comunque intenzionati ad adempiere una vasta gamma di doveri non tangibili l’indomani o il giorno dopo ancora. Una volta notata questa manifestazione del parassita, l’osservatore solitamente la assocerà a una vaga impressione, concepita o accettata come vera un tempo, che il paziente stia vivendo un po’ troppo intensamente. Avrà avuto a malapena il tempo di pensarci su e di concepire il terribile sospetto “tarli”, quando noterà un peggioramento nell’aspetto del paziente: una certa trascuratezza e un certo deterioramento, che non sono povertà, né sudiciume, né ubriachezza, né cattiva salute, ma semplicemente “tarli”. A ciò segue un odore simile a quello di acque fetide, al mattino; poi un atteggiamento piuttosto disinvolto rispetto al denaro; poi un odore più intenso di acque fetide, ad ogni ora del giorno; poi un atteggiamento piuttosto disinvolto rispetto ad ogni cosa; poi tremolio degli arti, sonnolenza, indigenza e disfacimento totale. Ciò che accade nel legno, accade anche negli uomini. Il disfacimento del legno progredisce ad un tasso di usura incalcolabile. Si trova un’asse affetta e l’intera struttura è segnata. Così è stato per il povero Horace Kinch, seppellito di recente grazie a una piccola sottoscrizione. Quelli che lo conoscevano quasi non fecero in tempo a dire: “Era così ben messo, florido, con tante prospettive innanzi a sé, e tuttavia, dicono avesse un piccolo tarlo!”, che, ecco, in un attimo era già tutto tarlato e polverizzato.
Da quel muro senza pertugi legato in quelle notti del mio vagabondare a questa storia fin troppo comune, scelsi di dirigere i miei passi verso il Bethlehem Hospital; in parte perché era di strada nel mio giro diretto a Westminster, in parte perché avevo in mente una strana fantasia notturna che avrei potuto perseguire più facilmente in vista delle sue mura e della sua cupola. E la strana fantasia era questa: i sani e i malati di mente non sono forse uguali di notte, quando i sani sognano? Tutti noi che ci troviamo fuori da questo ospedale e sogniamo, non siamo forse più o meno nella stessa condizione di quelli che vi si trovano dentro, ogni notte della nostra vita? Non siamo forse assurdamente convinti, di notte, così come loro lo sono di giorno, di frequentare re e regine, imperatori e imperatrici e persone illustri di ogni genere? Di notte non mescoliamo forse eventi, personaggi, tempi e luoghi, come i matti fanno di giorno? Non siamo forse turbati, talvolta, dalle nostre stesse incoerenze oniriche e non cerchiamo forse, preoccupati, di darne una spiegazione o di giustificarle, proprio come questi fanno a volte con le loro allucinazioni ad occhi aperti? L’ultima volta che mi trovai in un ospedale come questo, un uomo afflitto da follia mi disse: “Signore, io volo di frequente”. Mi vergognai un po’ nel pensare che anch’io volavo… di notte.
Nella stessa occasione, una donna mi disse: “La regina Vittoria viene spesso a cena da me; Sua Maestà e io ceniamo in camicia da notte con pesche e maccheroni e Sua Altezza Reale, il Principe Consorte, ci fa l’onore di essere il terzo commensale, a cavallo e in uniforme da feldmaresciallo.”
Potevo forse trattenermi dall’arrossire, ricordandomi gli incredibili ricevimenti reali a cui io stesso avevo partecipato – di notte – e le bizzarre vivande che avevo immaginato in tavola e il mio strano modo di comportarmi in quelle distinte circostanze? Mi meraviglio che il grande maestro che tutto sapeva, quando chiamò “sonno” la morte della vita quotidiana, non abbia anche chiamato “sogno” la follia della normalità quotidiana.
// inedito di charles dickens
fonte: satisfiction
















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