Oliviero Toscani, noto fotografo, classe 1942 è stato intervista dal free press Metro sulla questione della nuova campagna di Benetton “Unhate”, che ha destato molto scalpore tanto da essere ritirata. Dal 1982 al 2000 ha curato la pubblicità di Benetton.

I manifesti con il bacio tra Benedetto XVI e l’Imam della moschea del Cairo hanno mandato su tutte le furie il Vaticano e la Benetton l’ha ritirata. Lei che ne pensa?

Non me ne frega niente di questa roba qui. Si tratta solo di trucchetti orditi da una scuola di provincia per spiazzare e fare clamore.

Ma gli autori della campagna “UnHate” (NonOdio) vengono da Fabrica, centro per le arti e la ricerca che lei fondò nel 1993! E nel 1991 lei ideò il manifesto.scandalo delle labbra incollate di un prete e una suora…

La mia era tutta un0′altra poesia: si trattava, appunto, del bacio tra una monaca e un prete non del Papa! Questa è roba di bassa qualità.

In verità la multinazionale di Ponzano Veneto sembra sia tornata alle origini: a una classica pubblicità choc, “stile Toscani”.

Lo chieda a Benetton! Io dico solo che se lei clicca su un qualsiasi sito pornografico è pieno di immagino di preti e suore…

//fonte: Orietta Cicchinelli per Metro

Se si è scrittori, cantanti o politici, si può fare la rivoluzione con un articolo, una canzone o una legge; per me, invece, cercare di dare una scossa alle cose con una lampa o uno spazzolino da denti non è facile. Vivo una profonda angoscia esistenziale. Il fondamento della mia vita è l’incertezza di esistere, dato che, secondo me, nulla esiste. E’ forse per questo che, quando faccio un po’ di psico-chiacchiere, poi lavoro tanto. E’ un modo per continuare a ricordarmi della mia esistenza. Non ho rapporti con la vita. Ho a malapena un rapporto con la morte. La vita, io, la “ipo-sento”. Ho bisogno di pensare alla morte per ricordarmi della vita. E’ questa la ragione per cui mi interesso di astrofisica e di meccanica quantistica, di teoria della relatività e della relazione micro-macro.

Tra i fondamenti del mio operare c’è una scena di un film, 2001: Odissea nello spazio, in cui il personaggio è intrappolato in un appartamento in cui spazio e tempo si deformano e collidono. Questa scena contiene tutto quello che amo: mistero, poesia, surrealismo, futuro, visione. Molte delle cose che faccio provengono da questa dimensione mentale. Mi sono sentito sempre molto affine alla visione di Kubrick. Come potrebbe essere altrimenti? Non mi considero una persona intelligente, ma ho un intuito straordinario, che mi permette di stare nel mondo in maniera originale. Sul piano del classico pensiero ortogonale, io sono perduto. Non so leggere un manuale di istruzioni. Ma sul piano del pensiero diagonale, sono il più veloce di tutti. In generale, quando mi pongo una domanda, la soluzione la trovo tutta già fatta. Diversamente da chi preferisce compiere un’analisi accurata e tracciare una mappa lineare dei propri pensieri.  Per certi versi, io sono un “animale inconscio”, anche se questo comporta un prezzo da pagare. Non capivo niente a scuola, ci andavo poco. Oggi, le cose mi arrivano tutte filtrate.

Con la mia opera, sono riuscito a creare una bolla protettiva con le persone che mi vogliono bene. A cominciare da mia moglie: io e lei siamo molto solitari. Questa solitudine serve a preservare la “testina della stampante”. L’inconscio lavora da solo. E’ orientato e un po’ strutturato per produrre qualcosa di più di semplici idee nebulose, ma bisogna anche trovarsi nella condizione giusta nel momento in cui l’inconscio consegna i suoi prodotto finiti. Bisogna essere “pronti a stampare”. Ecco perchè passo gran parte della mia vita a letto, in ansia, a mordermi le unghie, in uno stato di angoscia e malinconia, in luoghi isolati. Quando sento che la “consegna” è imminente, ho un tavolino accanto al letto, per disegnare con precisione tutti gli elementi. A quel punto non c’è niente da pensare, devo solo eseguire. Quando ho finito di “stampare”, vedo se il prodotto merita e, in caso affermativo, lo spedisco alla mia équipe ristretta, che lo elaborerà. Non ho alcun rapporto con la realtà, ma ho delle visioni reali. So interpretare le grandi maree delle idee

// tratto da gq, ottobre 2011

 

La Design Week milanese è un appuntamento fisso per tutti coloro che sono appassionati di design. Non solo prodotti e/o arredamento. Ho sempre trovato infatti che il Salone del Mobile sia più che altro un’occasione per trasformare Milano in una vetrina di tante realtà del design, diverse fra loro sia nella tipologia che nelle dimensioni.

Le mie tappe sono principalmente tre: il FuoriSalone (che io riassumo nella zona di Via Tortona e quella di Brera), il Salone vero e proprio (di cui però io visito soltanto i padiglioni dedicati al design e il Salone Satellite) e la Triennale.

Quest’anno il FuoriSalone presentava alcune esposizioni di artisti emergenti come Start! (di cui mi ha colpito, da buon graphic designer, il “Fontable”, tavolo realizzato con font), o Design In Progress (dove ho potuto notare queste curiose sedie attorcigliate molto simili a delle rose); molte delle esposizioni erano dedicate agli stranieri come Design Deutschland 2011 o Portugal Brands (molto particolare la realizzazione di oggetti in cera attraverso l’immersione del prototipo in dei pozzi veri e propri). Superstudio, realtà ormai consolidata del FuoriSalone, presentava invece una serie di nomi altisonanti come Mini (con queste auto sospese nel vuoto), Canon (l’esperienza più bella: una stanza buia su cui venivano proiettati immagini in divenire, come un fluido che si espandeva nell’acqua o la ripresa dall’alba al tramonto di una città), Diesel, Samsung, nonchè l’ormai consolidato Temporary Museum Of Design (in cui erano esposti oggetti di designer come De Lucchi, Rashid e Mendini … e una curiosa altalena!). Una sede distaccata di Superstudio invece era dedicata all’innovazione/sperimentazione (la cui punta di diamante secondo me era l’esposizione Sex & Violence con oggetti rotti!) e un po’ kitsch. Passando per l’esposizione di Fabio Novembre Bohemian Rhapsody, la hall dell’albergo NHow presentava una serie di progetti di designer emergenti (tra cui un gruppo di miei amici universitari ZE123 – e dei vasi graficamente simili alle palle da biliardo).

Il Salone presentava, come ogni anno, un’esposizione dei prodotti di punta delle aziende: una cosa più commerciale che sperimentale. Mi sono, per fortuna, scansato tutta la parte dedicati ai mobili assolutamente privi di design e mi sono concentrato sulle grande aziende come vitra, Magis, Zanotta, Thonet, Moroso. Lo stand migliore era sicuramente quello di Kartell: un’enorme esposizione divisa per sezioni con una segnaletica luminosa in stile Las Vegas. Sicuramente la parte migliore resta il Salone Satellite. Quest’anno meno dedicato alle scuole/università e più alle esposizioni dei designer. Inoltre era presente il Salone Satellite Award, piccola esposizione dedicata ai pezzi del Salone Satellite che erano stati premiati, e Designin The Future 50+50, delle installazioni/progetti sparsi per il Salone Satellite che rappresentassero “il futuro”.

La Triennale invece si distingue sempre per la scelta di progetti particolari: PiovonoPiume, dedicato a Material Connection (sperimentazione di materiali), i progetti iGuzzini (con una visione 3d di un filmato), Olivari e i suoi 100 anni di maniglie, Mini Factory e il prototipo di un motociclo, il concorso “Non Luoghi Urbani”. Uno spazio dedicato, in modo diverso, alle ceramiche: Irregolare Eccezionale, Metamorfosi, Interface Flor. Migliore comunque resta l’installazione di Gaetano Pesce dal titolo L’Italia In Croce.

Ho appena terminato gli esami giusto in tempo per parlare di un evento appena trascorso, il World Water Day.

Inutile dire quanto al giorno d’oggi l’acqua si stia rilevando sempre più un bene prezioso. Da noi combattiamo affinchè non venga privatizzata, in altre parti del mondo combattono per averla. Insomma, l’elemento naturale più semplice al mondo è diventato un bene tutt’altro che semplice.

Un lavoro molto interessante, quasi documentaristico, è “It’s In Your Hands”, un video girato e diretto da Andrew Hinton della Pilgrim Films di recente in India che ha vinto il premio come video YouTube nonprofit, con più di 100,000 visualizzazioni. Anche in questo caso la semplicità è un punto cardine: Andrew ricorda come un semplice gesto, quello di lavarsi le mani, è il modo più effettivo e meno costoso per morire.

Immagine anteprima YouTube

// fonte: it’s nice that

 

Da un po’ di tempo a quest parte sta spopolando su Internet un sito, collegato a Google (a quanto pare), chiamato Lockerz.

In poche parole, Lockerz è un sito che permette di guadagnare punti: si guadagnano punti accedendo al sito, caricando la propria foto profilo ed altre foto sul proprio “wall” (una sorta di bacheca Facebookiana), guardando dei video che propone (i punteggi cambiano a seconda della lunghezza del video) ma soprattutto rispondendo a delle domande giornaliere in quelle che alla fine si configurano come indagini di mercato, e che quindi sono la forma di retribuzione principale di Lockerz. I punti poi si duplicano o triplicano rispetto a queste operazioni a seconda che si decida (pagando) di diventare (per un mese solo) degli utenti gold o silver, oppure diventando Z-list, cioè utente che ha invitato almeno altri 20 persone ad iscriversi.

Ma cosa ci faccio con questi punti? I punti permettono 3 cose: la prima è di avere degli sconti, fino al 100%, su dei prodotti dello shop. Shop che contiene svariati oggetti: elettronica (stiamo parlando di PS3, Xbox, iPhone, MacBook, etc), abbigliamento ma anche ricariche Paypal. La seconda è di accedere alla sezione 24/7, che è una sorta di Ebay dove si fa un’asta al rilancio per accaparrarsi un premio (sempre simili a quelli dello shop). E infine, probabilmente la cosa che più interessa, è il redeem. Ossia ogni tot del mese in giorno non precisato e ad un orario non precisato, Lockerz permette di “riscuotere” i premi che mette a disposizione semplicemente usufrendo dei punti accumulati. A differenza dello shop, i punti per accaparrarsi il premio sono minori. Ovviamente c’è un inghippo: oltre al fatto che bisogna ben capire quando verrà fatto il redeem (in questo senso sono nate comunità per fare il passaparola come Lockerz Italia) e il redeem dura poco tempo, i premi sono “limitati” per cui se altri già si sono accaparrati quello che voi desiderate il prodotto va praticamente “sold-out” e quindi non potete prendere un bel niente.

C’era poi un’incognita ancora più “malsana”: la dogana. Come tutte le cose provenienti dall’estero, può capitare (ma anche no, questa cosa dipende VERAMENTE dalla fortuna della singola persona) che l’oggetto venga fermata in dogana e uno sia costretto a dover pagare una cifra, che ha delle varianti incalcolabili perchè per quanto siano precise quelli della dogana spesso fanno di testa loro. Comunque di norma si paga il 20% del valore del prodotto + il dazio, che è appunto il valore più variabile. Alla fine, poteva ben capire che uno vinceva un iPhone e dovesse pagare 250 euro di dogana. Non era quanto pagare l’iPhone ma comunque era una spesa elevata.

Per ovviare a questo problema dal 25 febbraio (cioè da oggi) Lockerz ha deciso che tutti i premi che gli utenti non americani vinceranno, saranno “convertiti” in soldi da caricare su un conto PayPal. Conveniente, da un certo punto di vista, però in tal modo si perde totalmente il senso di Lockerz, che era quello di poter guadagnare dei premi, tra cui anche i soldi, ma non solo quelli.

Vale comunque la pena di provare: almeno, invece di perdere tempo su Facebook, perdendo tempo su Lockerz si può avere la possibilità di guadagnare qualcosa! Se volete iscrivervi, mandatemi la vostra email che v’invito :)

Avevo già parlato in questo post del MercatoMonti, un mercatino vintage nell’omonimo quartiere di Roma. MercatoMonti si svolge una volta al mese ma da un po’ di tempo, in collaborazione con l’hotel RadissonBlu, l’appuntamento raddoppia nell’evento The Box.

The Box accoglie ulteriori stand, oltre a fornire un ottimo brunch (tra l’altro non molto costoso). Quelli che maggiormente mi hanno colpito (oltre quelli già segnalati nel precedente post) sono stati: Little Black Dress, un negozio tutto al femminile di Caserta con limited edition e pezzi unici; F*utile, un laboratorio di oggetti in pelle o feltro e originali illustrazioni su magliette; Vash Lab, che reintrepeta oggetti vintage donandogli nuove funzioni (bellissimi i vecchi telefoni della nonna che diventano lampade) ; Sofia Retro Bazar, che realizza gioielli/sagome in plexiglass e infine Vincenzo Restuccia, fotografo, che esponeva una grande varietà di vecchie macchine fotografiche, soprattutto Polaroid.

Il prossimo MercatoMonti si terrà il 13 Febbraio, presso l’Hotel Palatino (Rione Monti appunto).

Stamattina, dal Twitter di Julius Design, mi sono imbattuto in un articolo di Smashing Buzz riguardo la differenza tra arte e design. Ho deciso di tradurlo perchè rispecchia a pieno la verità oltre che il mio pensiero. Purtroppo quando alla fatidica domanda “cosa fai nella vita?” si risponde “designer”, oltre a non capirti (allora devi riformulare la risposta con “grafico” o “grafico pubblicitario”, entrambe comunque non propriamente corrette), nell’immaginario della persona il collegamento con qualcosa di artistico è praticamente immediato. Come se un designer e un pittore, o uno scultore o un’artista performativo fosse la stessa cosa, i processi fossero gli stessi, insomma come se arte e design fossero la stessa cosa. Non è assolutamente così e l’articolo lo spiega. Premetto, non è un confronto dalle due. Non è che l’arte sia meglio e il design sia peggio e viceversa però, per quanto siano entrambi due processi creativi, sono molto differenti.

L’arte

Prima di tutto, l’arte è un’abilità che, come il design, può essere imparata attraverso lo studio, l’osservazione e  la pratica. Ma l’arte è soprattutto un processo e un modo di arrangiare elementi in modo tale che provochino sensazioni ed emozioni a chi ne fruisce. L’arte è un’espressione, cioè l’arte rappresenta l’espressione del sentimento o del concetto stesso di espressione dell’artista.

Nel fine di dare sensazioni a chi ne fruisce, l’artista non si preoccupa di come questi sentimenti vengono interpretati dai fruitori. Cioè la comprensione non è importante ai fini dell’arte. Infatti è considerato una gran opera d’arte quello in cui il fruitore è in grado di dargli un significato.

L’arte in oltre è qualcosa non-profit: nel senso che l’artista guadagna sicuramente tramite le mostre, il sistema dell’arte, le gallerie ma il prodotto artistico non viene creato per questo. L’arte è una necessità dell’artista ad esprimersi.

Non c’è un target di riferimento nell’arte: quando l’artista crea qualcosa, non considera certo chi sarà il fruitore di quel quadro e se apprezzeranno o meno l’opera d’arte. Inoltre, siccome l’arte è qualcosa di non-profit, non bisogna fare colpo sul target perchè il quadro non ha la pretesa di dover essere acquistato, ma deve essere visto e “sentito”.

Infine, qualunque sia l’esperienza che vuole trasmettere l’autore, l’arte resta sempre e comunque soggettiva. Ognuno può trovarci un proprio significato in un’opera d’arte  e ognuno può trovare un quadro bello o brutto.

Il design

Il fine principale del design è cercare di comunicare un’idea o un’opinione al più largo possibile pubblico, non di provocare emozioni come l’arte (poi può anche farlo ma è una cosa personale). A differenza dell’arte inoltre, se il design non comunica un messaggio ed in modo univoco, quel design non è efficace.

Il design ha un target di riferimento, ed è la cosa che tutti i designer considerano quando progettano. Il design non è come l’arte, dove si crea per il gusto di creare, ma il design deve creare qualcosa che piaccia ad un pubblico tant’è che in fase di progettazione il target viene preso in considerazione.

Il design è sempre e comunque commerciale. Il fine è di rendere comunque felice il proprio pubblico di riferimento e per esserlo bisogna che il pubblico paghi. Il design in questo senso è molto meno puro e molto più commerciale dell’arte.

Il design è tutto improntato sulla progettazione di qualcosa da comunicare o di risolvere problemi comunicando. E’ fatto da persone per risolvere i problemi delle persone. Questo vuol dire che prima che il design venga “creato”, c’è bisogno di progettarlo.

La limitazione è una caratteristica del design. Soprattutto per quanto riguarda il cliente così come per quello che bisogna creare. Non dell’arte.

Infine il design è sempre oggettivo perchè deve essere semplice capire e determinare cosa sta dicendo. E ciò avviene per forza o in maniera corretta o in maniera sbagliata.

// fonte: smashing buzz

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