Faber Blog è il blog de Il Sole24Ore. Il sottotitolo recita “La Cultura Raccontata Da Chi La Fa”: compito infatti del blog è quello di ospitare per un’intera settimana personaggi che, esprimendo le loro opinioni, ci facciano comprendere un po’ di più della cultura del loro campo: c’è stato un editore, un jazzista, un voice coacher, ecc. Questa è la settimana di Leonardo Sonnoli, graphic designer e insegnante presso lo IUAV, che ieri ha scritto un post molto interessante sulla “condizione” del grafico:
il grafico? una quattro stagioni senza carciofini
Oggi scrivo tardi. Sono in una camera d’albergo, come spesso succede almeno una volta alla settimana. Questa mattina ho passato un paio d’ore a rispondere alla posta e poi qualche ora in macchina facendo qualche telefonata e ascoltando un gran bel disco: l’album d’esordio di David Lynch, Crazy Clown town.
Dalle 14 alle 19 revisione nel mio laboratorio allo Iuav. Gli studenti ormai hanno raccolto le loro storie e stanno cominciando a progettarne la forma. Spesso si appassionano così tanto ai testi raccolti che scordano che il corso è finalizzato a progettare strumenti di comunicazione visiva. Ma è proprio questo il punto, il dubbio che voglio instillare a questa generazione, che riscatti i troppi progetti che facevo a scuola con testi finti (i gloriosi Lorem ipsum). Vorrei che questi studenti avessero la consapevolezza del loro ruolo e della loro capacità per dire di no al committente che suggerisce le soluzioni invece di spiegare i problemi. Per troppi anni l’insegnamento della grafica in Italia è stato solo un allenamento alla bella forma, senza pensare troppo al contenuto. Insomma, il grafico come servizio, uno a cui ordinare una quattro stagioni senza carciofini e non uno chef a cui chiedere di deliziarci il palato.
Mi chiedo spesso perchè sia così difficile far capire qual’è il mio lavoro. “Faccio il grafico” rispondo, sapendo che già uno s’immagina che lavoro in pubblicità. E come riuscire a far capire la differenza che c’è tra il grafico Massimo Vignelli, il grafico Igor che lavora con me e il grafico della copisteria sotto casa che fa le fotocopie a colori. Sempre grafici sono. Come fare a spiegare che se tutti cucinano pochi sono gli chef?
La cosa più frustrante è che in Italia, nelle istituzioni pubbliche e nelle aziende importanti, è molto raro trovare responsabili della comunicazione che hanno conoscenza specifica delle professionalità migliori in questo campo. La scelta viene fatta spesso senza rendersi conto del valore assoluto di un professionista e del suo curriculum. E senza considerare “il grafico” come un partner con cui lavorare per ottenere maggior profitto o maggior consenso. “Good design is a good business” diceva Frank Pick, l’avvocato inglese a capo della comunicazione della London Underground all’inizio del novecento. E ancora oggi a Londra si usa il carattere che Pick fece disegnare a Edward Johnston. Sicuramente fu un ottimo investimento.
Per pareggiare l’idea della tipografia come “good business”, vorrei ricordare in chiusura la cosa più meritevole vista oggi: grazie a due bravissimi studenti, Andrea e Isabella, ho scoperto i bozzetti di una composizione di Luigi Nono. Credo fosse riferito a La fabbrica illuminata o a Il canto sospeso, ed era solamente la composizione dei testi scelti, quindi senza indicazioni di sonorità e tempi. Un collage di piccoli frammenti di voci anonime che invocavano la libertà. Uno straordinario esempio di come si può usare in modo efficace la composizione tipografica e di come il processo può prevalere sulla forma finale.
// fonte: faber blog

Massimo Vignelli, uno dei più famosi designer italiani (trapianto però a New York), ha tenuto ieri una lectio magistralis presso il Teatro Verdi di Salerno in cui ha presentato il logo (da lui progettato) che da oggi in poi veicolerà l’immagine della città.
Due sono state le polemiche principali.
La prima riguardante il compenso, che è stato circa 200.000 €. Polemica che non fa che confermare l’ignoranza nei confronti della comunicazione grafica, vista come qualcosa di superfluo, inutile e quindi assoggettabile a cifre minime. Perchè il problema non è che 200.000 € sono troppi per un logo di Vignelli (questa sarebbe stata una polemica corretta, ossia valutare il lavoro realizzato rispetto alla spesa) ma il fatto che sia stata pagata tale cifra.
La seconda riguarda invece un concorso, che era stato bandito a marzo, in cui si invitavano giovani designer a realizzare «Un brand per Salerno». A questo concorso avevano partecipato tantissimi professionisti e/o giovani che si erano impegnati e credevano in questo progetto. Questo concorso, che a conti fatti ha visto un vincitore, è stato praticamente ignorato con l’aver commissionato a Vignelli il logo. In tutta onestà, non trovo questa mossa sbagliata. Nel senso che la trovo una mossa corretta nel momento in cui il Comune, con una serie di consulenze grafiche professionale (quindi non un vezzo senza motivazione) , ha ritenuto non adatti alle loro richieste tutti i loghi pervenuti (in ogni caso la vincita dovrebbe comunque essere pagata, perchè il lavoro c’è stato e il concorso prevedeva un vincitore – ma pare che questo avverrà). Dubito comunque che ci sia stato un tale ragionamento professionale da indurre il comune di Salerno a chiedere consulenza sulla valenza del logo realizzato da chi ha partecipato al concorso.
Ma, al di là di queste polemiche, questo è l’oggetto di discussione: il logo di Salerno realizzato da Vignelli.

A mio parere questo non è un logo ben progettato (il logo è quello di destra, quello a sinistra è il restyling del logo per i documenti ufficiali). A livello tecnico, conserva le solite caratteristiche del “canone di Vignelli”: geometrico e formato da uno dei soli cinque caratteri usati da Vignelli (Garamond, Bodoni, Century Expanded, Futura, Times New Roman e Helvetica) e ciò a mio parere comporta soltanto una completa spersonalizzione: non emergono, dalla visione di questo logo, le caratteristiche del luogo, le sue peculiarità; inoltre l’uso della sola S non farà mai pensare alla parola Salerno, non farà mai capire a chi non conosce già il logo di cosa si stia parlando. E il logo serve proprio a questo: a rende riconoscibile un prodotto, che in questo caso è un’intera città.

Un altro errore è l’aver deciso di cambiare tutte le scritte dei cartelli stradali con il carattere Bodoni. E’ noto che per le titolazioni, soprattutto per cartelli stradali, quindi qualcosa che la gente percepisce di sfuggita, che fruisce in un modo molto veloce, che deve repentinamente capire, è necessario utilizzare un carattere bastoni. E il Bodoni è proprio il carattere graziato per eccellenza.
Il lavoro quindi, nonostante il nome altisonante, non è stato secondo me di grande qualità. Era l’occasione giusta affinchè, per una volta, l’Italia potesse usufruire di grandi nomi della grafica e rendere molto più comunicativo il nostro Paese. Ma il risultato ha lasciato l’amaro in bocca, almeno a me.
// fonte photo: pecoraro/tanopress – fonte: larepubblica
Nell’infinito mondo di YouTube esistono diverse star che si occupano dei più disparati ambiti, come l’intrattenimento (chi non conosce Willwosh?), moda (soprattutto make-up) e musica. Esiste però anche Karen Kavett, un’americana nerd dalla parlantina sciolta e le idee chiare, che si occupa di graphic design. Nel suo ultimo video Karen tratta uno degli argomenti più difficili nel campo del graphic design: la progettazione del logo.
Dopo un’introduzione sulle varie tipologie di loghi
- il logo, ossia quel simbolo che unisce parte tipografica e parte iconica.


- il marchio, ossia il solo simbolo iconico

- il logotipo, ossia il solo simbolo tipografico

Karen individua alcune linee guida sul processo di creazione di un logo (che ovviamente non sono universali nè legge!), che condivido:
1. La prima cosa da fare è stilare una serie di parole che individuano ciò che il nostro logo dovrà trasmettere nel senso come felicità, serietà, completezza, ecc ma anche già una serie di immagini che ci vengono in mente pensando al prodotto o al servizio dell’azienda o persona fisica. Ad esempio, immaginando un’azienda di scarpe, ci verranno in mente parole come fashion (senso) ma anche passerella, orme (immagini)
2. A quel punto si può cominciare a schizzare qualcosa. Il consiglio di Karen (e anche il mio) è di cominciare da uno schizzo reale, su carta, per evitare che il computer limiti nell’ideazione. La digitalizzazione vi aiuterà sicuramente a perfezionare il vostro logo nella progettazione, che potrebbe anche cambiare dallo schizzo cartaceo. Ma in ogni caso non sarete stati limitati dal programma di grafica che avete davanti allo schermo. Fate attenzione alle forme e agli spazi tra gli oggetti: di norma sono questi piccoli dettagli a determinare delle soluzioni originali.
3. Se il vostro logo è anche (o solo) tipografico scrivetelo nei caratteri più disparati, ricordando comunque che le varie tipologie di caratteri hanno (proprio come i colori) dei sensi ben specifici che derivano tanto dalla loro forma quanto dalla loro storia (anche in questo caso bisogna notare la forma e gli spazi tra le lettere)
Alcuni concetti da tenere in mente durante il processo di progettazione:
1. Semplicità. Non bisogna sfoderare tutti i trucchi grafici per realizzare il logo migliore: l’importante è creare qualcosa di semplice che possa rappresentare qualcosa di più della sola interpretazione dell’azienda, persona o evento. Il logo dovrà possedere il giusto peso tra senso e design.
2. Flessibilità. Bisogna sempre valutare se il proprio logo funziona in bianco e nero quanto a colori. Se funziona su fondo chiaro o scuro. Se è un logo (quindi non un logotipo o un marchio) controllare come funziona con e senza la parte testuale. Controllare se è visibile in modo distinto anche a piccole dimensioni. Girarlo sottosopra, o in prospettiva o ritagliarlo ci permetterà di capire se è altamente riconoscibile.
Il successo del proprio logo non dipende (ovviamente) dalla qualità dell’azienda, prodotto o altro che lo commissiona ma di certo realizzare un logo semplice e flessibile potrebbe permettere all’azienda o prodotto di essere percepito in un modo migliore.
Questo è ovviamente solo l’inizio. Sentitevi liberi di guardare siti come LogoDesignLove per essere ispirati da chi prima di voi ha realizzato loghi, entrando soprattutto nel processo che ha permesso loro di realizzare quel logo.
// fonte: xperpetualmotion

C’è un libro che fornisce ai bambini (ed adulti) un nuovo tipo di attività. Marion Deuchars, un premiato illustratore, ha ideato “Let’s Make Some Great Art” (Facciamo Alcune Grandi Opere), un libro interattivo che esplora la creatività di ogni bambino e li aiuta ad acquisire le competenze necessarie per aumentare la fiducia quando disegnano.
Il libro è un processo graduale che mostra ai bambini come capire il disegno, inclusi i materiali, la sperimentazione di prospettive, ombreggiature e profondità. Questo approccio permette al bambino di comprendere le basi su come sono fatti le opere. Per mantenere il bambino coinvolto e divertito, Marion racconta anche la storia di colori e materiali dando un’esperienza a tutto tondo della storia dell’arte


Per migliorare ulteriormente il valore della storia, Marion Deuchars passa attraverso il lavoro di dodici artisti celebri in cui sono invitati i bambini a disegnare il sorriso de La Gioconda di Da Vinci, creare i propri ritagli Matisse, esplorare l’action painting di Jackson Pollock e l’Op Art di Bridget Riley.



// fonte: marion deuchars

Se si è scrittori, cantanti o politici, si può fare la rivoluzione con un articolo, una canzone o una legge; per me, invece, cercare di dare una scossa alle cose con una lampa o uno spazzolino da denti non è facile. Vivo una profonda angoscia esistenziale. Il fondamento della mia vita è l’incertezza di esistere, dato che, secondo me, nulla esiste. E’ forse per questo che, quando faccio un po’ di psico-chiacchiere, poi lavoro tanto. E’ un modo per continuare a ricordarmi della mia esistenza. Non ho rapporti con la vita. Ho a malapena un rapporto con la morte. La vita, io, la “ipo-sento”. Ho bisogno di pensare alla morte per ricordarmi della vita. E’ questa la ragione per cui mi interesso di astrofisica e di meccanica quantistica, di teoria della relatività e della relazione micro-macro.
Tra i fondamenti del mio operare c’è una scena di un film, 2001: Odissea nello spazio, in cui il personaggio è intrappolato in un appartamento in cui spazio e tempo si deformano e collidono. Questa scena contiene tutto quello che amo: mistero, poesia, surrealismo, futuro, visione. Molte delle cose che faccio provengono da questa dimensione mentale. Mi sono sentito sempre molto affine alla visione di Kubrick. Come potrebbe essere altrimenti? Non mi considero una persona intelligente, ma ho un intuito straordinario, che mi permette di stare nel mondo in maniera originale. Sul piano del classico pensiero ortogonale, io sono perduto. Non so leggere un manuale di istruzioni. Ma sul piano del pensiero diagonale, sono il più veloce di tutti. In generale, quando mi pongo una domanda, la soluzione la trovo tutta già fatta. Diversamente da chi preferisce compiere un’analisi accurata e tracciare una mappa lineare dei propri pensieri. Per certi versi, io sono un “animale inconscio”, anche se questo comporta un prezzo da pagare. Non capivo niente a scuola, ci andavo poco. Oggi, le cose mi arrivano tutte filtrate.
Con la mia opera, sono riuscito a creare una bolla protettiva con le persone che mi vogliono bene. A cominciare da mia moglie: io e lei siamo molto solitari. Questa solitudine serve a preservare la “testina della stampante”. L’inconscio lavora da solo. E’ orientato e un po’ strutturato per produrre qualcosa di più di semplici idee nebulose, ma bisogna anche trovarsi nella condizione giusta nel momento in cui l’inconscio consegna i suoi prodotto finiti. Bisogna essere “pronti a stampare”. Ecco perchè passo gran parte della mia vita a letto, in ansia, a mordermi le unghie, in uno stato di angoscia e malinconia, in luoghi isolati. Quando sento che la “consegna” è imminente, ho un tavolino accanto al letto, per disegnare con precisione tutti gli elementi. A quel punto non c’è niente da pensare, devo solo eseguire. Quando ho finito di “stampare”, vedo se il prodotto merita e, in caso affermativo, lo spedisco alla mia équipe ristretta, che lo elaborerà. Non ho alcun rapporto con la realtà, ma ho delle visioni reali. So interpretare le grandi maree delle idee
// tratto da gq, ottobre 2011
A 30 anni dalla sua nascita, lo studio M/M (Paris) è ancora uno dei team più interessanti e all’avanguardia nel campo del graphic design. Viene fondato nel 1992 da Mathias Augusyniak e Michael Amzalag, dopo aver frequentato l’Ecole Nationale Superieure des Arts Décoratifs di Parigi e dopo alcune esperienze individuali. Il primo, lavorando come art director al magazine musicale Les Inrockuptibles, mentre Michael continuava i suoi studi presso il Royal College of Art di Londra. Ciò che rende unico questo duo è la voglia sempre nuova di essere parte attiva del mondo, producendo e sperimentando assieme ogni tipo di linguaggio della comunicazione, dalla moda alla musica.
Il loro ufficio di Parigi ha visto passare i più grandi artisti della cultura contemporanea, da Bjork a Yohij Yamamoto, da Philippe Parreno a Pierre Huyghe. “Il nostro primo lavoro ci è stato commissionato quando avevamo 14 anni dal papà di un nostro compagno di classe. Dovevamo inventare un logo per la sua azienda. Abbiamo preso un tavolino dalla casa di Michael e ci abbiamo messo in mezzo un vecchio telefono. E’ lì che è nato il nostro primo ufficio”.
Ora nel loro studio sono in cinque, ognuno senza un ruolo definito perchè “il lavoro è come una partita in doppio a ping pong. Devi esser capace di aiutare ma anche di sostituire il tuo compagno in ogni momento. Nel nostro lavoro abbiamo solo una regola fissa, creare immagini colorate ma con un testo sempre in bianco e nero”. Una regola che in pochi anni li ha fatti conoscere nel mondo come pionieri francesi nell’ambito del graphic design. “Abbiamo cominciato il nostro lavoro quando l’arte grafica si stava affermando in Inghilterra e in America. E’ stato molto difficile all’inizio, ma dopo qualche anno siamo diventati famosi anche all’estero. Merito anche della musica: era il periodo del famoso “French touch” degli Air e dei Daft Punk. Sono nate proprio in quegli anni le collaborazioni con Yamamoto, Balenciaga e successivamente con Calvin Klein. Poi ci sono state alcune importanti commissioni da parte del Centre Pompidou e del Palais de Tokyo e Vogue Paris ci ha chiamati alla direzione creativa della rivista”. Il loro modo di concepire l’arte ha rivoluzionato condizionato molti artisti. Ogni elemento è un tassello di un’opera, dalla fotografia al disegno, dalla computer grafica fino agli oggetti che creano personalmente per ambientare le loro opere. “In tutti i nostri lavori utilizziamo il computer, ma quello è sempre l’ultimo passaggio dei nostri progetti. Procediamo sempre per piccoli step, cercando di unire assieme le nostre idee nate all’inizio in modo analogico. Questa è la vera parte importante dei progetti”.
Il risultato è racchiuso in 3 decenni di lavori, variegati ma sempre coerenti tra di loro, dai poster ai profumi, dalle copertine dei dischi e magazine alle pubblicità. E per il futuro hanno già dei progetti precisi: “Vorremmo disegnare una casa. Non parlo di architettura, non di una casa dove puoi viverci, ma una casa già abitata. E pensiamo che il posto perfetto per farlo sarebbe il Giappone”. Venir definiti solo graphic designer comincia a stargli stretto? “Graphic design comprende molta attività e la sua definizione non è ancora precisa, ma in continua evoluzione. Tuttora questa è una nuova professione, e i migliori designer sono quelli che riescono sempre a reinventare i propri limiti sorprendendoci e sorprendendosi”.
// fonte: max
E’ da maggio che non pubblico più un articolo su questo blog. Me ne scuso ma sono stato impegnato con gli esami dell’ultimo semestre che, inevitabilmente, risucchiano tutto il mio tempo oltre che la mia vita.
L’occasione per ricominciare ad usarlo è uno dei casi di “copia grafica” che, da un paio di giorni, imperversa su Internet: il caso del marchio per il Ministero dell’Interno. La questione è delicata e non sarà certamente un articolo su un blog a poter risolvere il dilemma, ma sicuramente è un’occasione per parlare in termini generici della motivazione che a mio parere sottende un errore di questo tipo: la creatività.
La creatività non è semplicemente un fulmine, che ti colpisce, te ne innamori e, cascasse il mondo, quell’idea va realizzata. La creatività infatti è sempre vista come sinonimo di “genio”, il creativo è visto come una persona un po’ pazza che siede su una poltrona a testa in giù come Robin Williams in Mork & Mindy. Ma la creatività non è questo: la creatività è un processo ben definito. Esistono addirittura modelli che sono stati studiati (il più famoso, quello di Poincarè-Wallas) e tutti prendono in considerazioni varie fasi.
C’è una prima fase di analisi, in cui si raccolgono ed analizzano i dati (perché non puoi pubblicizzare un’acqua minerale se prima non hai capito che cos’è, chi è colui che te la chiede, dove viene fatta, come e soprattutto perché); successivamente c’è la fase in cui tutti questi dati, a livello inconscio, cominciano a fermentare mentalmente: non è una fase che si può razionalizzare, anzi viene “aiutata” attraverso un periodo di tempo in cui non si pensa a quello che si dovrebbe fare (un decondizionamento, per evitare di finire in circoli viziosi che creativamente sono inutili e che a livello personale snervano soltanto!). Solo dopo tutto questo c’è la fase dell’illuminazione, in cui l’idea fermentata a livello inconscio esce fuori, si fa visibile attraverso una parola, un segno, uno slogan. Questa è la fase più vicina a quella che comunemente viene considerata “creatività” ma è solo una fase, tra l’altro intermedia, che presuppone dapprima ulteriori fasi.
Ma non è su questo che voglio concentrami.
La fase più importante a mio parere (e che permette di evitare problemi come quello del marchio del Ministero Dell’Interno) è la fase di controllo, ossia la fase finale in cui si verifica non solo la validità della propria idea ma la si raffronta con tutte le idee creative sul mercato. Mi rendo conto che, vista la situazione attuale di velocità d’informazioni, è impossibile controllare tutte le idee creative sviluppate, qualcuna sicuramente scapperà. Ma il caso del Ministero dell’Internoè eclatante perché quello “copiato” è un marchio ufficiale istituzionale: non è un marchio realizzato da un piccolo grafico neo-diplomato o laureato che vive nei meandri di un paesino di provincia. Stiamo parlando di un Exhibition inglese famosa, pubblicizzata via web in modo quasi massiccio. Incontrarla sarebbe stato semplice.
Con questo, quindi, non voglio parlare di plagio (ne approfitto per dire che gli unici in grado di parlare di plagio sono i giudici: il plagio è un REATO, non è una parola cool da usare per rendersi agli occhi degli altri più scaltri ), non voglio parlare del fatto che una tale facilità faccia pensare che c’è stata una vera volontà di copiare. A mio parere invece la questione è un’altra: sempre più spesso i grafici, i creativi, le agenzie dedicano poco tempo, nel processo creativo, alla fase di verifica e di controllo. Mi rendo ben conto che è snervante, lunga e che può sembrare anche inutile. Però un tipo di attenzione maggiore a questa fase permetterebbe di evitare situazioni del genere. Sono fasi che sicuramente vedremmo più adatte ad un economista, ad un project manager, ma sono proprio queste che fanno la differenza nella realizzazione di un ottimo progetto di design che altrimenti, ahimè, potrebbe finire per essere bollato come “copia”, magari dopo averci lavorato per mesi.
L’identità hard, cioè un’identità unica, formata da un unico logo applicabile ai diversi supporti secondo le regole di enormi manuali di immagine coordinata, non è l’unico approccio al progetto grafico possibile nei confronti di un’azienda. Ce lo fa ben capire Stefan Seigmeister, uno dei più grandi graphic designer viventi, attraverso un progetto “aperto”, cioè un progetto che vuole realizzare non l’immagine definita, il logo finito di un’azienda, ma creare un sistema con cui poter creare diverse immagini e diversi loghi, tutti riconducibili alla stessa identità.
Nel 2005 Rem Koolhaas realizzò nella città di Porto (Portogallo) la “Casa Dà Musica”, un’architettura di grande impatto. Usando l’edificio come fonte visiva, Seigmeister creò un’identità letteralmente dinamica, sfaccettata e infinitamente variabile. Le viste dell’edificio hanno permesso di realizzare sei diversi segni. Attraverso le differenti viste, si sono definite 17 facce totali. Ogni faccia può essere colorata attraverso un software appositamente creato che “pesca” i colori da una foto di background utilizzabile in un manifesto o altro. Mescolate tutte queste caratteristiche insieme, ne viene fuori un logo sempre diverso, mai uguale a se stesso però sempre identificativo dell’istituto musicale.
La Design Week milanese è un appuntamento fisso per tutti coloro che sono appassionati di design. Non solo prodotti e/o arredamento. Ho sempre trovato infatti che il Salone del Mobile sia più che altro un’occasione per trasformare Milano in una vetrina di tante realtà del design, diverse fra loro sia nella tipologia che nelle dimensioni.
Le mie tappe sono principalmente tre: il FuoriSalone (che io riassumo nella zona di Via Tortona e quella di Brera), il Salone vero e proprio (di cui però io visito soltanto i padiglioni dedicati al design e il Salone Satellite) e la Triennale.
Quest’anno il FuoriSalone presentava alcune esposizioni di artisti emergenti come Start! (di cui mi ha colpito, da buon graphic designer, il “Fontable”, tavolo realizzato con font), o Design In Progress (dove ho potuto notare queste curiose sedie attorcigliate molto simili a delle rose); molte delle esposizioni erano dedicate agli stranieri come Design Deutschland 2011 o Portugal Brands (molto particolare la realizzazione di oggetti in cera attraverso l’immersione del prototipo in dei pozzi veri e propri). Superstudio, realtà ormai consolidata del FuoriSalone, presentava invece una serie di nomi altisonanti come Mini (con queste auto sospese nel vuoto), Canon (l’esperienza più bella: una stanza buia su cui venivano proiettati immagini in divenire, come un fluido che si espandeva nell’acqua o la ripresa dall’alba al tramonto di una città), Diesel, Samsung, nonchè l’ormai consolidato Temporary Museum Of Design (in cui erano esposti oggetti di designer come De Lucchi, Rashid e Mendini … e una curiosa altalena!). Una sede distaccata di Superstudio invece era dedicata all’innovazione/sperimentazione (la cui punta di diamante secondo me era l’esposizione Sex & Violence con oggetti rotti!) e un po’ kitsch. Passando per l’esposizione di Fabio Novembre Bohemian Rhapsody, la hall dell’albergo NHow presentava una serie di progetti di designer emergenti (tra cui un gruppo di miei amici universitari ZE123 – e dei vasi graficamente simili alle palle da biliardo).
Il Salone presentava, come ogni anno, un’esposizione dei prodotti di punta delle aziende: una cosa più commerciale che sperimentale. Mi sono, per fortuna, scansato tutta la parte dedicati ai mobili assolutamente privi di design e mi sono concentrato sulle grande aziende come vitra, Magis, Zanotta, Thonet, Moroso. Lo stand migliore era sicuramente quello di Kartell: un’enorme esposizione divisa per sezioni con una segnaletica luminosa in stile Las Vegas. Sicuramente la parte migliore resta il Salone Satellite. Quest’anno meno dedicato alle scuole/università e più alle esposizioni dei designer. Inoltre era presente il Salone Satellite Award, piccola esposizione dedicata ai pezzi del Salone Satellite che erano stati premiati, e Designin The Future 50+50, delle installazioni/progetti sparsi per il Salone Satellite che rappresentassero “il futuro”.
La Triennale invece si distingue sempre per la scelta di progetti particolari: PiovonoPiume, dedicato a Material Connection (sperimentazione di materiali), i progetti iGuzzini (con una visione 3d di un filmato), Olivari e i suoi 100 anni di maniglie, Mini Factory e il prototipo di un motociclo, il concorso “Non Luoghi Urbani”. Uno spazio dedicato, in modo diverso, alle ceramiche: Irregolare Eccezionale, Metamorfosi, Interface Flor. Migliore comunque resta l’installazione di Gaetano Pesce dal titolo L’Italia In Croce.
Nel secondo trimestre della specialistica in Design, Comunicazione Visiva e Multimediale che sto svolgendo qui a Roma il corso dedicato al Graphic Design è tenuto dalla professoressa Chiappini (se non sapete chi è visitate il suo sito).
Una delle esercitazioni della professoressa Chiappini durante il corso è quello di realizzare, attraverso dei caratteri creati manualmente, un messaggio di natura civile che dica BASTA. L’esperimento, nato da un workshop tenuto al Politecnico di Milano da Valeria Bucchetti e Giovanni Baule, nel corso degli anni della specialistica ha avuto un tale feedback da permettere di creare un’esposizione dei lavori realizzati. Tale esposizione avverrà proprio stasera, 3 aprile, presso il Circolo Degli Artisti.
Siete tutti invitati. L’ingresso è gratuito.
Esce oggi in tutto il mondo The Universal High, il nuovo progetto dei Radiohead legato al mondo dell’editoria.
Si tratta di un giornale distribuito presso alcune location selezionate (in Italia è disponibile presso Santerìa, un centro polifunzionale milanese) che, ovviamente, non contiene articoli “normali”, ma pezzi di scrittori prestigiosi come Jay Griffith e Robert MacFarlane. Una cosa credo simile al nostrano Satisfiction.
In Italia il giornale non esce non in lingua originale ma tradotto nella nostra lingua. Se non siete milanesi (come me) potete godervelo in lingua originale su PDF qui.
// fonte: pitchfork
Ho appena terminato gli esami giusto in tempo per parlare di un evento appena trascorso, il World Water Day.
Inutile dire quanto al giorno d’oggi l’acqua si stia rilevando sempre più un bene prezioso. Da noi combattiamo affinchè non venga privatizzata, in altre parti del mondo combattono per averla. Insomma, l’elemento naturale più semplice al mondo è diventato un bene tutt’altro che semplice.
Un lavoro molto interessante, quasi documentaristico, è “It’s In Your Hands”, un video girato e diretto da Andrew Hinton della Pilgrim Films di recente in India che ha vinto il premio come video YouTube nonprofit, con più di 100,000 visualizzazioni. Anche in questo caso la semplicità è un punto cardine: Andrew ricorda come un semplice gesto, quello di lavarsi le mani, è il modo più effettivo e meno costoso per morire.
// fonte: it’s nice that





































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