Thibault de Fournas e Christopher Wilson realizzano un progetto emozionante ed istruttivo sul Futura, il carattere realizzato nel 1927 da Paul Renner.
Il video “Futura, Le Specimen Animè” , realizzato attraverso la tecnica della “kinetic typography”, illustra il processo creativo alla base del carattere (l’uso del triangolo e del cerchio per realizzare le lettere, la simmetria verticale, l’angolazione di 6° per il corsivo) e una serie di famosi esempi che hanno fatto del Futura il loro carattere vincente (l’artista Barbara Kruger, la Volkswagen, l’Ikea, Louis Vitton, Calvin Klein, Canal +).
Questo è un film dedicato ad una macchina. No, non è l’ennesimo colossal su robot che vengono a distruggerci il pianeta. E’ la storia di una macchina che ha rivoluzionato la comunicazione grafica, che ha cambiato la società in modo profondo, introducendo nuovi livelli di alfabetizzazione.
“Linotype: The Film” è un documentario sulla linotype, la prima macchina tipografica meccanica. Un bestione di due metri, dal peso di due tonnellate, formato da centinaia di parti in movimento, chiamata da Edison “l’ottava meraviglia del mondo”, che ha rivoluzionato la storia della stampa e della cultura in generale. Il film racconta la storia sorprendentemente emotiva delle persone collegate alla Linotype e come essa abbia influenzata il nostro mondo – e il loro.
Il film è un “must-see” per chi si occupa delle arti grafiche, chiunque sia affascinato dalla tecnologia, o per coloro che amano solo una buona storia. Nell “cast” troviamo famosissimi type designer come Nadine Chahine di Monotype Imaging e Matthew Carter, il creatore dei carattere Georgia, Tahoma e Verdana. Le vere star del film, tuttavia, sono la macchina Linotype e gli operatori, i riparatori, i negozi, i capireparto e gli storici che raccontano la storia della macchina.
Entro primavera dovrebbe uscire in America un DVD del film.
// fonte: fonts.com
L’alfabeto è un insieme di segni convenzionali, ad ognuno dei quali l’uomo ha corriposto un suono diverso e che, accostate, formano le parole.
Per carattere o tipo si intende la definizione tecnica di un alfabeto completo di maiuscolo, minuscolo, numeri e segni, disegnato secondo uno stile e adatto per essere riprodotto.Questi segni debbono rispettare dalle precise forme, che per oltre duemila anni si sono evolute nell’era greco-latina, imponendosi infine a quella occidentale.
Le figure, o meglio, i segni grafici appartenenti alle altre lingue del mondo orientale e insulare, differiscono per storia e forma tra di loro: molte hanno conservato per millenni i simboli primitivi e ideogrammi. Nel formare le lettere del nostro alfabeto occorre, oltre conoscere l’evoluzione di esso, avere delle nozioni ottiche indispensabili per correggere le aberazioni che la nostra retina continuamente impressione attraverso la nostra visuale.
I componenti fondamentali delle lettere
La struttura di ogni lettera, si compone di aste all’estremità delle quali si trovano i tratti terminali (grazie).

Le aste possono essere uniformi (a) o modulate (b). Vengono chiamate uniformi le aste che mantengono costante il loro spessore, e modulate quelle con spessore variabile.

I tratti terminali delle lettere possono assumere 4 tipi di conformazione: a “goccia”, a “bottone”, a “bandiera”, a “becco” o “uncino”. Il grado di modulazione delle aste ed i tratti terminali rappresentano i segni distintivi per determinare lo stile di una loro classificazione.

La struttura delle lettere
Gli elementi costitutivi delle lettere sono individuabili in 4 tipi di linee: rette, spezzate, curve e miste.

I caratteri delimitano con il loro profilo una superficie ben precisa; l’immagine delle lettere nasce infatti dall’equilibrato rapporto fra “bianchi” e “neri”, cioè dalla esatta definizione sia della forma che della controforma o superficie di fondo. In ogni alfabeto O, L e V sono lettere determinanti: il loro contorno racchiude infatti i 3 spazi fondamentali sui quali si strutturano tutti gli altri segni. Le 3 superfici semplici sono rispettivamente quella del cerchio, del quadrato e del triangolo.

Distinguiamo inoltre 3 superfici fondamentali: lettere che limitano lo spazio con forme ad angolo giro, con forme ad angolo acuto e con forme ad angolo retto.

La costruzione delle lettere parte dai tratti fondamentali determinano poi una serie di derivazione. Tali tratti possono essere una verticale (a), due oblique di diversa inclinazione (b) e un tondo (c).



Le correzioni ottiche
- Nella prima figura, a sinistra appare un quadrato disegnato con aste di uguale spessore: per effetto ottico i due lati orizzontali sembrano più spessi di quelle verticali. Per ristabilire l’equilibrio ottico, è necessario diminuire lo spessore dei tratti orizzontali, come dimostra la figura a destra
- Lo stesso effetto lo abbiamo nella lettera E sottostante, figura a sinistra. Anche in questo caso occorre diminuire lo spessore delle aste orizzontali. Questo esempio è valevole in tutte le altre lettere dell’alfabeto formate con aste verticali ed orizzontali.
- Se disegnamo un quadrato e lo dividiamo in due parti uguali in senso orizzontale, abbiamo la sensazione che l’area superiore interna sia maggiore dell’altra. Per uniformare questo effetto ottico occorre spostare la divisione leggermente più in alto.
- La stessa impressione si nota nelle seguenti lettere E. Infatti nella prima il tratto è perfettamente centrato, mentre nella seconda è leggermente spostato verso l’alto. Questo esempio vale per tutte le altre lettere dotate di un elemento centrale, come B, H, K, S (esclusa la F)
- I due finali della prima lettera C hanno la stessa altezza e quello superiore ci appare più pronunciato; a correzione avvenuta, e cioè diminuendo il terminale superiore ed aumentando quella inferiore, si ristabilisce l’equilibrio ottico.

Nei seguenti esempi, le parti superiori delle lettere pur essendo state disegnate secondo la logica geometrica, e cioè a filo della linea verticale, ci appaiono otticamente più accentuate di quelle inferiori. Questo fenomeno è motivato dal fatto che la nostra vista tende ad osservare le immagini dall’alto verso il basso e la prima impressione ottenuta è la più rimarchevole. Occorre quindi ricorrere ad una correzione del disegno, diminuendo le parti superiori, com’è dimostrato ai lati delle singole lettere a destra. Questi accorgimenti servono anche per disegnare le lettere B, G, R, S

- Le due rette delle prime figure sono di uguale spessore, eppure la più corta ci appare più spessa. Lo stesso effetto lo abbiamo osservando le due C. Infatti se disegniamo un C avente le terminanti di ugual spessore della curva principale, queste ci sembrano più spesse. Diminuendo lo spessore delle terminali equilibreremo otticamente la lettera: lo stesso vale per la G, la S e la J
- Nel disegnare le lettere F e P, occorrerà spostare la parte centrale verso il basso rispetto alle lettere E e H oltre ancora la linea mezzana, al fine di compensare il vuoto della parte inferiore. Inoltre la lettera F dovrà essere più stretta della E per lo stesso motivo.
- Se osserviamo le due O abbiamo la sensazione che la prima a sinistra abbia i lati incurvati verso il centro, pur essendo gli stessi disegnati perfettamente retti. Mediante una leggera curvatura ai lati, l’incoveniente viene eliminato. Occore perciò che il raccordo di una retta con una curva a raggio stretto sia dolce e non netto.

Il cerchio ed i triangoli sembrano verticalmente inferiori al rettangolo. Lo stesso effetto notiamo nelle lettere A e V e specialmente nella O che sembrano minori della lettera H. Per compensare questo squilibrio di masse è necessario aumentare sopra e sotto alle parallele sia le curve che i vertici. Altre lettere che seguono questa norma sono: C, G, J, Q, S, U.

Infine, sisegnando un tipo lineare con aste verticali e oblique dello stesso spessore, avremmo delle lettere non omogenee come “colore”. Avremmo delle lettere più o meno piene a seconda della loro struttura. Per esempio la diversa intensità fra la lettera H e la M. Occorre ricorrere ai rimedi rastremando le aste nei punti di congiunzione e diminuendo la forza dell’asta in generale. Dosare la giusta misura in queste correzioni è un arte e solo la lunga esperienza può suggerire la giusta misura. Altre lettere che seguono queste correzioni ottichesono: K, W, X, Y.

Per lettering intendiamo la fase di elaborazione di un progetto grafico che adopera la font.
Quando si parla di caratteri intesi come mobili bisogna risalire al periodo di Gutenberg (1398-1468): si tratta di parallelepipedi metallici detti “blocchi” che presentano su di un lato il singolo glifo, inteso come alfabeto tipografico, minuscolo, maiuscolo, punti di interpuzione in diversi corpi. Il primo carattere mobile fu inventato dallo stesso Gutenberg, il Textur, adoperato per realizzare la stampa della Bibbia a 42 linee disposte su due colonne – contando quindi 42 righe di testo per colonna – realizzata in tre anni, dal 1452 al 1455. Con l’evoluzione della stampa è progredita in parallelo anche l’evoluzione e la progettazione dei caratteri fino a tutto il XX secolo, quando, con l’avvento del Desktop Publishing, è cambiato il sistema di progettazione dall’analogico al digitale, oggi i font vengono progettati al computer con software di type design e distribuiti in formato digitale.

Oggi esistono molteplici tipologie di font, suddividise in pesi e stili, vari per aspetto, leggibilità e composizione, che mantengono invariata la buona rappresentazione del carattere, inteso come forma espressiva di comunicazione. Il type designer è colui che progetta i caratteri che ha sostituito la figura di disegnatore di caratteri tipografici.
L’unità di misura

Il tipografo e disegnatore di caratteri Francois-Ambroise Didot introdusse nel XVIII secolo la misura detto punto tipografico o abbreviato PT, oggi chiamato anche Punto Didot, prendendo il nome dal tipografo. Nel corso della storia abbiamo diverse definizioni di misure, il tipografo francese Pierre Simon Fourier nel 1737 fu il primo ad introdurre il sistema tipografico a punti ma in Cicero, anche Herman Berthold cercò di adattare il Punto Didot nei paesi come la Germania e paesi dell’est Europa
Anatomia del carattere
Il carattere inteso come lettera dell’alfabeto è costituito da parti tipografiche che individuano la loro anatomia, leggibilità e classificazione

1. altezza del minuscolo | 2. minuscola ascendente | 3. lettera maiuscola | 4. occhio | 5. asta terminale con grazie | 6. tratto ascendente | 7. orecchio | 8. occhiello | 9. occhiello, anello, rilievo | 10. tratto discendente | 11. maiuscola accentata | 12. altezza maiuscolo | 12. cravatta | 14. bracci
// tratto da graphic design, gianni latino, letteraventidue – 2011

Questo post non nasce come critica verso il sito di cui parlerò. E’ più che altro lo spunto di riflessione per una questione che sta sempre molto a cuore a tutti i lavori che riguardano l’ambito della creatività: il confine che c’è tra la passione e la professionalità.
Sul web è comparso il sito www.infografiche.com. L’infografica è ormai diventano un must nell’ambito grafico ed è ovvio che l’argomento fa riflettere e divide. Il sito in questione recita “come creare un’infografica virale di successo”. A guidarlo però non è un grafico. E’ corretto allora trovarsi davanti un blog che parla di creare un’infografica senza che alle spalle vi sia una base solida di grafica?

Il “problema” (se così vogliamo chiamarlo) nasce ovviamente dal disguido tra la passione e professionalità. E’ ovvio che chiunque può essere appassionato di qualcosa. Ma la passione non annulla la professionalità: gli appassionati restano comunque persone che non hanno la competenza per parlare di COME si fa una cosa, piuttosto hanno una facoltà di giudizio personale (ossia di gusto) “diversa” dalla gente che comumente si approccia a quel determinato argomento, visto che ne hanno una fruizione costante. Ma tale facoltà di giudizio non può essere confusa con la competenza professionale.
Per spiegare meglio l’esempio penso a lavori lontani dall’ambito creativo. La medicina. E’ impossibile immaginare che una persona, solo perchè sia appassionata di medicina, possa dire come si fa una diagnosi. Non ha la professionalità per farlo.

E’ utile quindi sempre distinguere la passione e la professionalità. E’ fondamentale avere passione, ma essa non può sostituire le competenze professionali. Se poi c’è passione e professionalità meglio ancora.
Faber Blog è il blog de Il Sole24Ore. Il sottotitolo recita “La Cultura Raccontata Da Chi La Fa”: compito infatti del blog è quello di ospitare per un’intera settimana personaggi che, esprimendo le loro opinioni, ci facciano comprendere un po’ di più della cultura del loro campo: c’è stato un editore, un jazzista, un voice coacher, ecc. Questa è la settimana di Leonardo Sonnoli, graphic designer e insegnante presso lo IUAV, che ieri ha scritto un post molto interessante sulla “condizione” del grafico:
il grafico? una quattro stagioni senza carciofini
Oggi scrivo tardi. Sono in una camera d’albergo, come spesso succede almeno una volta alla settimana. Questa mattina ho passato un paio d’ore a rispondere alla posta e poi qualche ora in macchina facendo qualche telefonata e ascoltando un gran bel disco: l’album d’esordio di David Lynch, Crazy Clown town.
Dalle 14 alle 19 revisione nel mio laboratorio allo Iuav. Gli studenti ormai hanno raccolto le loro storie e stanno cominciando a progettarne la forma. Spesso si appassionano così tanto ai testi raccolti che scordano che il corso è finalizzato a progettare strumenti di comunicazione visiva. Ma è proprio questo il punto, il dubbio che voglio instillare a questa generazione, che riscatti i troppi progetti che facevo a scuola con testi finti (i gloriosi Lorem ipsum). Vorrei che questi studenti avessero la consapevolezza del loro ruolo e della loro capacità per dire di no al committente che suggerisce le soluzioni invece di spiegare i problemi. Per troppi anni l’insegnamento della grafica in Italia è stato solo un allenamento alla bella forma, senza pensare troppo al contenuto. Insomma, il grafico come servizio, uno a cui ordinare una quattro stagioni senza carciofini e non uno chef a cui chiedere di deliziarci il palato.
Mi chiedo spesso perchè sia così difficile far capire qual’è il mio lavoro. “Faccio il grafico” rispondo, sapendo che già uno s’immagina che lavoro in pubblicità. E come riuscire a far capire la differenza che c’è tra il grafico Massimo Vignelli, il grafico Igor che lavora con me e il grafico della copisteria sotto casa che fa le fotocopie a colori. Sempre grafici sono. Come fare a spiegare che se tutti cucinano pochi sono gli chef?
La cosa più frustrante è che in Italia, nelle istituzioni pubbliche e nelle aziende importanti, è molto raro trovare responsabili della comunicazione che hanno conoscenza specifica delle professionalità migliori in questo campo. La scelta viene fatta spesso senza rendersi conto del valore assoluto di un professionista e del suo curriculum. E senza considerare “il grafico” come un partner con cui lavorare per ottenere maggior profitto o maggior consenso. “Good design is a good business” diceva Frank Pick, l’avvocato inglese a capo della comunicazione della London Underground all’inizio del novecento. E ancora oggi a Londra si usa il carattere che Pick fece disegnare a Edward Johnston. Sicuramente fu un ottimo investimento.
Per pareggiare l’idea della tipografia come “good business”, vorrei ricordare in chiusura la cosa più meritevole vista oggi: grazie a due bravissimi studenti, Andrea e Isabella, ho scoperto i bozzetti di una composizione di Luigi Nono. Credo fosse riferito a La fabbrica illuminata o a Il canto sospeso, ed era solamente la composizione dei testi scelti, quindi senza indicazioni di sonorità e tempi. Un collage di piccoli frammenti di voci anonime che invocavano la libertà. Uno straordinario esempio di come si può usare in modo efficace la composizione tipografica e di come il processo può prevalere sulla forma finale.
// fonte: faber blog

Massimo Vignelli, uno dei più famosi designer italiani (trapianto però a New York), ha tenuto ieri una lectio magistralis presso il Teatro Verdi di Salerno in cui ha presentato il logo (da lui progettato) che da oggi in poi veicolerà l’immagine della città.
Due sono state le polemiche principali.
La prima riguardante il compenso, che è stato circa 200.000 €. Polemica che non fa che confermare l’ignoranza nei confronti della comunicazione grafica, vista come qualcosa di superfluo, inutile e quindi assoggettabile a cifre minime. Perchè il problema non è che 200.000 € sono troppi per un logo di Vignelli (questa sarebbe stata una polemica corretta, ossia valutare il lavoro realizzato rispetto alla spesa) ma il fatto che sia stata pagata tale cifra.
La seconda riguarda invece un concorso, che era stato bandito a marzo, in cui si invitavano giovani designer a realizzare «Un brand per Salerno». A questo concorso avevano partecipato tantissimi professionisti e/o giovani che si erano impegnati e credevano in questo progetto. Questo concorso, che a conti fatti ha visto un vincitore, è stato praticamente ignorato con l’aver commissionato a Vignelli il logo. In tutta onestà, non trovo questa mossa sbagliata. Nel senso che la trovo una mossa corretta nel momento in cui il Comune, con una serie di consulenze grafiche professionale (quindi non un vezzo senza motivazione) , ha ritenuto non adatti alle loro richieste tutti i loghi pervenuti (in ogni caso la vincita dovrebbe comunque essere pagata, perchè il lavoro c’è stato e il concorso prevedeva un vincitore – ma pare che questo avverrà). Dubito comunque che ci sia stato un tale ragionamento professionale da indurre il comune di Salerno a chiedere consulenza sulla valenza del logo realizzato da chi ha partecipato al concorso.
Ma, al di là di queste polemiche, questo è l’oggetto di discussione: il logo di Salerno realizzato da Vignelli.

A mio parere questo non è un logo ben progettato (il logo è quello di destra, quello a sinistra è il restyling del logo per i documenti ufficiali). A livello tecnico, conserva le solite caratteristiche del “canone di Vignelli”: geometrico e formato da uno dei soli cinque caratteri usati da Vignelli (Garamond, Bodoni, Century Expanded, Futura, Times New Roman e Helvetica) e ciò a mio parere comporta soltanto una completa spersonalizzione: non emergono, dalla visione di questo logo, le caratteristiche del luogo, le sue peculiarità; inoltre l’uso della sola S non farà mai pensare alla parola Salerno, non farà mai capire a chi non conosce già il logo di cosa si stia parlando. E il logo serve proprio a questo: a rende riconoscibile un prodotto, che in questo caso è un’intera città.

Un altro errore è l’aver deciso di cambiare tutte le scritte dei cartelli stradali con il carattere Bodoni. E’ noto che per le titolazioni, soprattutto per cartelli stradali, quindi qualcosa che la gente percepisce di sfuggita, che fruisce in un modo molto veloce, che deve repentinamente capire, è necessario utilizzare un carattere bastoni. E il Bodoni è proprio il carattere graziato per eccellenza.
Il lavoro quindi, nonostante il nome altisonante, non è stato secondo me di grande qualità. Era l’occasione giusta affinchè, per una volta, l’Italia potesse usufruire di grandi nomi della grafica e rendere molto più comunicativo il nostro Paese. Ma il risultato ha lasciato l’amaro in bocca, almeno a me.
// fonte photo: pecoraro/tanopress – fonte: larepubblica

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