Mi sono da poco trasferito a Roma da un paese in provincia di Napoli. Non è la solita storia del “piccolo cittadino” che si ritrova nella metropoli piena di stimoli, ma effettivamente a Roma esistono così tante realtà che probabilmente neanche chi ci vive da sempre le conosce tutte.

Oggi parlo di un evento che si tiene una domenica al mese nel quartiere Monti (un quartiere che invito tutti i designer a scrutare bene perchè esistono piccole realtà soprattutto di fashion design molto interessanti e innovative, per lo più indipendenti): MercatoMonti. Si tratta di un piccolo mercatino all’interno dell’hotel Palatino che propone una selezione di creativi, artigiani, boutique, vintage shops e mercanti di modernariato.

La prima edizione del 2011 si è svolta il 9 gennaio e ho potuto ammirare varie realtà: Lazlo Biro, ad esempio, è un collettivo di artisti che in quell’occasione proponeva t-shirt dai colori accesi con grafiche vettoriali accattivanti; GwaanWicked realizza invece una serie di gioielli in argento o plastica dal riferimento pop-glam (si va dagli anelli teschio a enormi fulmini orecchini); Orlando & Ofelia è una “curiosa libreria creativa” che propone una serie di libri, soprattutto d’importazione, che riguardano il graphic design e l’arte in generale; Opherty & Ciocci propone invece un’accurata selezione di occhiali e borse vintage. E molto altro ancora.

Non ci resta che aspettare il prossimo evento.

// foto: mercato monti fan page

Dopo l’esperimento di riscrittura della natività di Gesù attraverso Facebook, Twitter e Gmail (qui il video) un’operazione simile è stata creata dal gruppo artistico australiano The Glue Society. Commissionata da Eric Romano di Pulse Art per la Miami Art Fair, l’opera consta di quattro fotografie satellitari in cui vengono rappresentati 4 episodi biblici: Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden, Mosè che divide le acque del Mar Rosso, l’arca di Noè e la Crocifissione.

Un modo per disorientare il pubblico utilizzando la tecnologia, così da permettere a certi eventi (che possono o non possono essere accaduti) di essere visti nella loro realtà drammatica, giocando sulla fiducia che ormai le immagini satellitari infondono alle persone.

// fonte: mental_floss

World Press Photo è una delle mostre più importanti del fotogiornalismo, un luogo in cui la fotografia come racconto di notizia incontra l’arte dell’immagine, del visivo. La mostra, nata come itinerante sin dal 1955, quest’anno fa tappa in Italia, precisamente a Napoli (dal 24 settembre al 14 ottobre presso il P.A.N. – Palazzo delle Arti di Napoli), luogo natio (tra l’altro) del vincitore di quest’anno di World Press Photo Pietro Masturzo grazie alla sua “Dai tetti di Teheran” scattata il 29 giugno 2009.

Il prodotto fotografico vincitore ha una storia molto interessante: non guarda infatti alla oramai abusata situazione Iraniana nella forma delle violenze, dell’odio e della politica delirante che ormai tutti conoscono, ma testimonia una particolare forma di protesta avvenuta sui tetti delle case (tra le 10 e le 10.30, poi intervenivano i pasdaran) nel periodo delle elezioni da parte delle donne che al grido di Allahu Akbar (Dio è grande) si scagliavano contro i brogli da parte del regime di Ahmadinejad. Questa strana forma di protesta aveva in verità una storia radicata: riprendeva infatti quella del ’79, quando Khomeini aveva invitato tutto il popolo a salire sui tetti e gridare il loro dissenso.

Immagine anteprima YouTube

Exit through the gift shop è la ricostruzione della vita di Thierry Guetta, un filmaker di street art che, dopo aver conosciuto il suo idolo Banksy, diventa anch’egli uno street artist (Mister Brainwash) ed arriva in breve tempo ad allestire una mostra che si rivela un successo, tant’è che Madonna userà uno dei suoi dipinti per l’album Celebration.

Il dilemma è sull’autenticità della storia: il documentario, attribuito a Bansky stesso, ha come titolo un chiaro riferimento all’abitudine dei musei di obbligare l’uscita dei visitatori per il negozio di souvenir. E’ quindi Mister Brainwash una “commercializzazione” di Banksy, qualcuno che non esiste?  In verità Mister Brainwash continua ad esporre, ha un suo sito, viene intervistato dai giornali, quindi più che non esistere non può essere un artista-prodotto di Banksy, confezionato secondo le regole e i desideri del mercato?

// fonte: matteo b blog

Infidel è un ritratto intimo di un piccolo battaglione di soldati americani, trasferiti in avamposto nella remota e pericolosa Korengal Valley nel nord est dell’Afghanistan, realizzato nel corso di un anno da Tim Hetherington. Le foto sono in esposizione all’Host Gallery di Londra ed hanno come tema centrale il cameratismo, l’amore e la vulnerabilità degli uomini che si scontrano con gli orrori della guerra. Ciò viene mostrato senza scrupoli e con un senso di humour diventando così, da un lato, un tributo ad un gruppo di uomo che rischiano la propria vita per l’interesse della loro nazione e, dall’altro, una documentazione della guerra nei nostri tempi.

Dalla mostra è stato tratto un libro, Infidel (il cui titolo nasce dal tatuaggio di uno dei soldati utilizzato come marchio della sua camerata), pubblicato da Chris Boot ed ha un’introduzione di Sebastian Junger; e un film, Restrepo, diretto da Hetherington insieme ad Junger che ha già vinto il premio come miglior documentario al Sundance Film Festival 2010.

Immagine anteprima YouTube

// fonte: foto8

Stephen Doyle è un paroliere grafico. Nel 1995 ha realizzato un poster per l’AIGA (l’associazione dei professionisti del design) dove bullonò due libri insieme, e aggiunse sul dorso un pensiero del filosofo Wittgenstein “Se A, allora B”. Cosa intendeva dire? Due partner bullonati insieme in associazione? Mestiere e strategia? Design e commercio?

E’ impossibile non aprire il New York Times e immediatamente rendersi conto di un lavoro grafico come quello di Stephen Doyle. E’ solitamente una parola, o una parola trasformata in un’altra parola. Normalmente è qualcosa di fotografico, un oggetto reale rifatto – e non un trompe-oil in Photoshop.

C’è qualcosa della cultura contemporanea nei suoi lavori in quanto le parole si separano dal loro significato, o acquistano così tanti significati che sembrano diventare senza senso. Le presentazioni settimanali sul New York Times per la rubrica On Language di William Safire sono un esempio di linguaggio trasformato in arte editoriale: il linguaggio è l’incarico. In questo mondo Op-Ed (opposite to the editorial page), le parole da sole sono evocative. Non hanno bisogno di commenti in quanto la loro forma grafica è il loro stesso commento. Ci sono altri professionisti di questa arte – Chip Kidd, Michael Bierut, Paula Scher – ma Stephen Doyle sembra quello più ossessionato dal rendere le singole parole piene di significato, addirittura trascendenti, in una forma grafica. Se l’arte Op-Ed è una nuova forma pubblica, Stephen ha una vocazione: lui è il maestro della parola fatta a significato.

Recentemente, Stephen ha cominciato a fare sculture di parole, passa da Macchiavelli agli interi lavori di letteratura di Willa Cather. Ecco, un graphic designer che esplora come da facendo delle parole esse possono diventare un’altra forma: probabilmente non tutti hanno letto The Professor’s House della Catcher ma la lettura che fa Stephen Doyle è differente da quella ordinaria che possiamo ricavare dal libro in libreria.

// fonte: design observer

art

dave hill

Dave Hill è un fotografo commerciale che vive a Los Angeles. E’ nato nel 1979 e cresciuto a San Diego. Il suo amore per la fotografia si è evoluta nel corso degli anni, ed ora è divenuta la sua ossessione, permettendogli di diventare uno dei più grandi nomi nel mondo della fotografia.

Ama particolarmente fare compisizioni digitali grandi, epiche ed usa un mix di HDR e foto-illustrazione che dà alla foto quel tocco visivo e emozionale in più. Inoltre in tutti i suoi lavori si concentra sulle tecniche delle luci considerandola la parte più importante di una fotografia. Per conoscere qualcosa in più dei suoi metodi potete leggere questi due articoli di Scott Kelby che ha seguito David Hill quando ha realizzato la copertina dell’ultimo album del rapper T.I. parte 1 | parte 2.

// fonte: inspirationfeed

art

alo joks

Il fotografo di moda Alo Joks sembra catturare il ballo e il movimento nei suoi fotogrammi statici. All’interno di ogni serie fotografica, si spiega una storia, con Joks che f sia da autore che da narratore dietro la sua macchina fotografica. Il suo uso della luce presta una qualità eterea ai suoi scatti, attirando i fruitori ulteriormente nella sua fantasia.

// fonte: beautiful decay

Il tedesco Stefan Strumbel è un altro artista urbano rappresentato dalla Circleculture Gallery di Berlino. Strumbel reinterpreta la tradizione regionale del suo passato: l’orologio a cucù, le maschere di carnevale alemanne, oggetti familiari di casa trasformati in uno stile pop, con colori brillanti e sostituizioni iconiche; un confronto con i cliche culturarli. I lavori di Strumbel saranno esposti ad Ottobre come parte dell’Escape 2010, la mostra internazionale di urban art in Austria.

// fonte: beautiful decay

Quando è nata sua figlia Alison, nella tradizione di un nuovo componente della famiglia, Jack Radcliffe ha cominciato a fotografarla, inizialmente in una sede privata e staccata dal lavoro. Nel processo di documentazione della crescita di Alison, ha sviluppato un appassionato interesse nelle relazioni umane e nel catturare momenti nella vita della sua famiglia e dei suoi amici.

Ciò ha influenzato la sua fotografia in un modo profondo. Piuttosto che i soggetti isolati dei suoi precedenti lavori, si è interessato alla forza delle relazioni, spesso usando ambienti personali per amplificare queste condizioni.

Le sue fotografie di Alison, per la natura del loro rapporto, è una collaborazione molto padre-figlia dove Alison ha permesso di farlo accedere a momenti privati della sua vita, che forse, sotto circostanze diverse, sarebbero state off-limit per un genitore. La macchina fotografica è diventata parte del loro rapporto, rendendogli necessaria un’accettazione, una quiete. Non hanno mai avuto lunghe sessioni fotografiche, ma pochi momenti soli o con gli amici di lei.

Il significato di queste fotografie emerge guardando indietro. Si capisce che è stata realizzata una storia visiva della vita di Alison, catturando i momenti della sua metamorfosi da bambina a donna, le sue relazioni con gli amici, la sua ribellione, e più di tutto, il suo rapporto col padre, durante tutta la sua vita. Jack voleva fotografarla in tutti i suoi estremi, ed essere parte di quei momenti della sua vita senza giudizio o censure. Solo in questo modo avrebbe potuto avere un ritratto reale di Alison.

// fonte: behance network

Susan Sontag, in un saggio del 1970 sui poster (pubblicato su The Art of Revolution: 96 Posters from Cuba), fa una distinzione tra gli avvisi pubblici – una delle prime forme di graphic design – e i poster: sia i poster che gli avvisi pubblici si indirizzano alla persona come membro non identificato del corpo politico. Ma il poster, come distinzione dall’avviso pubblico, presuppone il concetto moderno di pubblico – nel quale i membri di una società sono definiti principalmente come spettatori o consumatori. Un avviso pubblico ha lo scopo di informare o comandare. Un poster invece ha il compito di sedurre, di vendere, di educare, di convincere. In definitiva, la Sontag dice che la forma dell’avviso pubblico è neutrale, mentre quella del poster è flessa.

Sviluppatosi originariamente come “un’estensione del potere del sovrano” (come diceva Maurice Rickards nel 1970), l’avviso pubblico (il nonno del poster) continua ad avere un senso di autorità. Prima che scomparisse l’analfabetismo, le notizie bisognava leggerle ad alta voce – spesso annunciate da una tromba. Rickards nota che attraverso questa fanfara il documento sembrava essere un contatto tangibile tra il sovrano e la persona, tant’è che quando i primi avvisi vennero stampati essi furono camuffati affinché le masse credessero che fosse stato il re in persona a scriverlo. Il re era la Legge, e ora la Legge era la Parola. Col tempo, le persone capirono ed accettarono questo. Non fu però una sorpresa che, avendo acconsentito al potere della Parola, le persone avrebbero poi voluto quello stesso potere indietro.

Lawrence Weiner, esponente principale dell’arte Concettuale, creava opere d’arti su enormi pareti asettiche attraverso scritte in carattere Franklin Gothic Extra Condensed. Quando nel 1969 la sua opera A Series of Stakes Set in the Ground fu distrutta, egli decise che l’essenza del lavoro restava la sua formulazione verbale, non la sua implementazione fisica. Cominciò a vedere che il suo mezzo espressivo per la scultura poteva essere il linguaggio stesso; quel solo linguaggio era sufficiente a comunicare la sua idea. Nello stesso anno l’artista Joseph Kosuth pubblicò il saggio “L’Arte Dopo La Filosofia” in cui spiegava che l’artisticità è un criterio e che la strategia di Duchamp, con i suoi Readymade, di dire semplicemente che quel lavoro era arte era sufficiente per attivare quel criterio. L’arte poteva esistere come semplice dichiarazione o assegnazione, come un avviso pubblico. Perciò mentre gli artisti si stavano appropriando della Parola del re, i loro lavori investigavano e minavano quel potere. Il lavoro di Weiner diede via a forme verbali di Readymade, il cui curatore Nancy Spector definì come “Strutture Readymade, come idiomi, clichè e proverbi, che sottolineano la natura contingente del significato che si incontrano in contesti differenti”.

Molti artisti usarono il linguaggio come mezzo espressivo dopo che Weiner cominciò con le sue frasi pervasive e anonime. Christopher Wool è uno di questi, con opere come sell the house. sell the car. sell the kids. (1988), tutto scritto in maiuscolo con scomodi a capo. I dipinti di Wool, infatti, ci portano a leggere un frase che abbiamo sentito tante volte prima (come accade in Apocalypse Now) in un nuovo modo. Lottiamo con essa e ne siamo disturbati. La sua logica è spinta quanto la sua griglia di lettere. Il suo tono è così soffocante come la sua mancanza di spazio bianco. La sua esecuzione non è prudente e considerata, ma frettolosa.

L’uso di a capo e spazi irregolari per sconnettere o disorientare e far “vedere” il linguaggio lo ritroviamo anche nel lavoro dell’artista Kay Rosen. In un dipinto del 1987 gridava con un Futura Bold Oblique in minuscolo rosso su fondo nero:

assass
in in
the the
ater

Per tutte le doppie lettere e gli a capo delle parole non potevamo riconoscere l’avvertimento fino a che non vedevamo il titolo del pezzo: John Wilkes Booth (colui che assassinò il presidente Abramo Lincoln).

La frase di Rosen era stata estratta da un notiziario, che è probabilmente il fornitore più comune di avvisi pubblici. Nel 2005 l’artista Eva Weinmayr collezionò ritagli dal giornale inglese Evening Standard per il suo libro Suitcase Body Is Missing Woman. I ritagli dell’Evening Standard riunificavano gli avvisi pubblici con la lingua parlata che li originava, sebbene in un forma meno dialettale. Ad esempio:

stephen galloway
hysterical ballet
dancer and artist
and choreographer
and style consult-
ant and r&b singer
in germany loves
poppers

E’ tutto qui: una lista, degli a capo pessimi, una sintassi da stupido. Questo linguaggio viene dalla strada e dalle chat, viene dall’arte concettuale e dalle scritte dialettali, dai flayer punk e dai poemi concreti. E’ un pessimo inglese ma è audace. Enormi, stretti, in maiuscolo e con il carattere più noioso, questi discendenti grafici degli avvisi pubblici usano la banalità per essere visti e sono in grassetto per essere letti, reclamando la Parola del popolo.

// fonte: eye magazine

art

padface

Tutti i maniaci dell’elettronica che hanno già acquistato l’iPad prendano nota di questo sito: PADFACE.

Questa piccola gemma permette di sfruttare la potenza del vostro gioiellino elettronico usandolo per creare veri ritratti memorabili. E’ molto facile farne ed il sito è completamente aperto alle masse (masse che, ovviamente, abbiano un iPad).

// fonte: beautiful decay

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