Chi pensa che per un artista come Damien Hirst l’aver prodotto 5.000 lavori (uno più uno meno) sia un’“enormità”, deve sapere che Picasso in tutta la sua vita ne ha creati 40.000 e Warhol più di 10.000, senza contare le stampe. La produzione di Hirst quindi è praticamente agli inizi. Le 1.400 tele con i pallini colorati, conosciute come gli “Spot paintings”, che l’artista inglese ha prodotto dal 1986 a oggi, sono praticamente come ruttini a confronto con il saper parlare. Hirst ha ancora un sacco da dire e non è un caso che abbia deciso di mostrare 300 di questi “Spot paintings” nello stesso momento in tutte le undici gallerie di Larry Gagosian sparpagliate per il mondo, da New York a Parigi, Londra, Roma, Atene, Ginevra, Hong Kong e Los Angeles.

//fonte: l’uomo vogue

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L’assenza di budget simili a quelli della musica pop ha portato la cultura indie a sorprendere il pubblico attraverso videoclip capaci di non essere autoreferenziali e chiusi nel loro linguaggio e nella loro forma.

METAFISICA LOW-BUDGET

Nel corso degli anni la musica pop ha sempre dato una grande importanza all’immagine, allo spettacolo che si costruiva al di là della musica. Grazie al supporto delle major (le multinazionali della musica) i budget sono sempre stati consistenti e la musica pop si è potuta permettere sperimentazioni artistiche di grande rilievo nelle scenografie, nelle coreografie, e ovviamente nei videoclip. Ma il mondo musicale presenta anche un sottobosco di realtà diverse dalla musica pop, artisti che rifiutano il mondo della musica di massa perchè eccessivamente autoreferenziale, chiuso nel linguaggio e nell’aspetto. Questa forma di indipendenza dalla cosiddetta cultura mainstream (chiamata indie – contrazione di “independent”) non può permettersi di avere budget simili a quelli della musica pop: è compito di tale realtà riuscire a sorprendere attraverso videoclip capaci di discostarsi dalle aspettative del pubblico nei contenuti e nei modi.
Foster The People è un gruppo emergente californiano che appartiene al mondo indie: uscito quest’anno con l’album d’esordio Torches, la band ha sorpreso il pubblico con il videoclip del secondo singolo Call It What You Want, diretto da Ace Norton, un giovane regista cresciuto a Venice Beach tra performer di strada, punk e musicisti, che hanno inevitabilmente influenzato il suo stile – una combinazione di umorismo sfrontato, artigianato artistico, violenza ironica e un po’ di animazione stop-motion.
La frase di apertura del videoclip “Idle minds are the devil’s workshop” è un proverbio che ben indica il contenuto del video: Norton infatti raffigura la band nei pieni e nei vuoti di una sfarzosa villa di Malibu attraverso scene di noia e rabbia, dove l’assurdo diventa solido, presente e perentorio. Attraverso un avvicinamento progressivo dei piani, si scorge un tavolino che espone una serie di pugni dorati, tutti uguali, e un divano che accoglie quattro megafoni (anch’essi dorati) perfettamente allineati: è la serializzazione spinta di Warhol che, ora come allora, cerca attraverso tecniche stranianti di far perdere l’individualità al singolo oggetto moltiplicandolo. La scoperta della stanza in cui la band si esibisce avviene invece come in un quadro di Fontana: lo spazio infatti, inteso non come vuoto ma come luogo di irradiazione di energie ondulatorie, viene rivelato attraverso un taglio (che diventa buco) in cui si celebra la casualità dell’atto che lo apre.
Le invenzioni sceniche più interessanti ci riportano ai dipinti di Magritte; ritroviamo così situazioni inusitate, sconvolgenti, strampalate, risolte con un linguaggio improntato al nostro oggi: un uomo con la testa immersa nella vasca dei pesci, un ragazzo che suona in una vasca mentre da una scala una donna gli versa dell’acqua addosso, un uomo che parla al suo doppio in uno specchio.
La parte finale del videoclip, ambientata all’esterno, ritrae l’esplosione di fuochi d’artificio. Il montaggio, basato tutto sui conflitti delle direzioni e dei piani, ci confonde per poi risolvere l’inquadratura attraverso immagini caleidoscopiche di persone che sorreggono i fuochi d’artificio: è lo stile psichedelico che, come controcultura, vede la sua naturale applicazione in un genere come l’indie.
Nel suo insieme il videoclip aderisce al convincimento che i mezzi non contino mai intrinsecamente e che questi invece debbano essere subordinati alla semantica. Un’operazione volta a prendere le immagini dai luoghi in cui si trovano usualmente, e portarle altrove per “caricarle” e renderle più significative.

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Un forte valore identitario, di presenza nel luogo. Ma anche la semplice volontà comunicativa dell’arte che si sposta dalle
gallerie ai muri della città. è il potere della street art: che incuriosisce mostrandosi autentica. Che rivela il bello, però attraverso
l’altro punto di vista…

REINCONTRARE LA CITTÀ

Nel 2008 il nome di Shepard Fairey è riecheggiato in tutto il mondo grazie ad uno dei poster elettorali americani più efficaci dal tempo di quello dello zio Sam: il poster “HOPE” con Barack Obama. A differenza però del poster del 1917, Shepard non aveva alcun accordo con il futuro presidente americano. Non era parte di una campagna di marketing. La sua era solo la volontà di esprimere la speranza del cambiamento, e lo ha fatto attraverso uno dei metodi tipici della street art: catturare e modificare visi di personaggi noti, unirli ad un messaggio diretto, preciso e forte, e infine incollare manifesti o sticker (esisteva anche questa variante) in girò per la città. Un forte valore identitario, di presenza nel luogo ma anche la semplice volontà comunicativa tipica dell’arte che si sposta dalle gallerie ai muri della città, i pali della luce e le stazioni della metropolitana.
Per il gruppo statunitense Death Cab For Cutie, Fairey ha realizzato il video del primo singolo tratto dall’album “Codes And Keys” dal titolo “Home Is A Fire”. Aiutato dal bassista Nicholas Harmer, Shepard realizza un perfetto video in stile street art riprendendo anche la lezione che Banksy ha utilizzato per il film “Exit Through The Gift Shop”. Il video infatti è totalmente in soggettiva, permettendo allo spettatore di divenire protagonista della scena, ed è realizzato con una normale telecamera. La canzone parla della ridefinizione dello spazio familiare e collega una serie di pensieri e azioni ai poster e ai cut-up con cui le parole prendono forma. Nella prima parte del video la telecamera girovaga per la città riprendendo elementi comuni (segnaletica stradale, vetri rotti) che, ad uno zoom più profondo, si rivelano essere frasi in sincro del testo della canzone. Lo spettatore in questo modo vive l’ambiente urbano in modo reale e intimo, celebrando la concezione del gusto tipica della street art: ciò che può sembrare brutto si rivela bello, se visto sotto un altro punto di vista. Nelle riprese degli elementi urbani vi è anche un riferimento all’arte informale di Burri, con un sacco dalla fenditura sfilacciata e strappata. Nella seconda parte del video Shepard riprende il backstage delle sue realizzazioni: un piccolo studio in cui stampa e intaglia stickers giganteschi. Ciò che prende forma nello studio, durante queste scene, sono grafiche del testo della canzone. Infatti nell’ultima parte del video gli elementi urbani da messaggi diventano mezzo che accoglie gli stickers-testo.
Il video conferma una delle idee fondamentali sulla street art: essa attira perchè rende il paesaggio meno triste agli occhi dello spettatore, ed è un libero momento di creatività. Il potere della street art è nel suo incuriosire mostrandosi autentica. Così nel video diventa fondamentale mettere i testi della canzone per le strade. Gli stickers possono essere rimossi, rivelando la street art come qualcosa di fugace, ma il video permette di vedere la magia nei dettagli di un paesaggio quotidiano, incompreso a causa proprio della fugacità della vita di tutti i giorni.

Mona sta per Museum of Old and New Art ed è la realizzazione del sogno (malato) di David Walsh, importante collezionista d’arte tasmaniano. La sua mente ha una spiccata vocazione per tutto ciò  che può essere definito “strano” o “macabro”. Costato 80 milioni di dollari e progettato da Nonda Katsalidis, il museo ospita la shockante collezione di Walsh come “Cloaca professional” di Wim Delvoye (un’enorme macchina che riproduce il funzionamento dell’apparato digerente dell’uomo e, nutrita due volte al giorno, trasforma il cibo in feci) oppure “On the road to heaven the high-way to bell”, dell’artista Stephen Shanabrook (una tavoletta di cioccolato fondente in cui sono stati mescolati resti di un uomo che si è fatto esplodere).

L’edificio, costruito in riva al fiume Derwent, si sviluppa volutamente verso il basso: una grande scala a chiocciola, in stile Escher, porta nelle viscere della terra, fino a raggiungere 17 metri di profondità, dove sono ospitate le opere (vere protagoniste, dato che il museo è stato progettato intorno a loro, e non viceversa). Il visitatore è costretto a perdersi nella loro ricerca: scale contorte e nessuna targhetta sul muro, l’unica guida a disposizione è The O, un iPod Touch (fornito all’ingresso) capace di localizzare la sua posizione e offerire tre diversi tipi di informazioni a chi sta guardando l’opera: “gonzo”, “ideas” e “artwank”.

Una volta terminata la visita, per riprendersi dallo shock, è possibile bere un bicchiere di vino nel wine bar all’interno dell’edificio, mangiare qualcosa al ristorante o, se il trauma è stato veramente violento, prendere una stanza nell’hotel del museo e abbandonarsi a un sonno rigenerante. Se poi il sonno dovrebbe potrarsi in eterno, c’è anche il cimitero: tra le tante offerte del Mona, previa crematura, ci si può far seppellire lì per restare vicino alla propria opera d’arte preferita.

// fonte: gq style

Oliviero Toscani, noto fotografo, classe 1942 è stato intervista dal free press Metro sulla questione della nuova campagna di Benetton “Unhate”, che ha destato molto scalpore tanto da essere ritirata. Dal 1982 al 2000 ha curato la pubblicità di Benetton.

I manifesti con il bacio tra Benedetto XVI e l’Imam della moschea del Cairo hanno mandato su tutte le furie il Vaticano e la Benetton l’ha ritirata. Lei che ne pensa?

Non me ne frega niente di questa roba qui. Si tratta solo di trucchetti orditi da una scuola di provincia per spiazzare e fare clamore.

Ma gli autori della campagna “UnHate” (NonOdio) vengono da Fabrica, centro per le arti e la ricerca che lei fondò nel 1993! E nel 1991 lei ideò il manifesto.scandalo delle labbra incollate di un prete e una suora…

La mia era tutta un0′altra poesia: si trattava, appunto, del bacio tra una monaca e un prete non del Papa! Questa è roba di bassa qualità.

In verità la multinazionale di Ponzano Veneto sembra sia tornata alle origini: a una classica pubblicità choc, “stile Toscani”.

Lo chieda a Benetton! Io dico solo che se lei clicca su un qualsiasi sito pornografico è pieno di immagino di preti e suore…

//fonte: Orietta Cicchinelli per Metro

Da circa 5 mesi collaboro con Exibart On Paper, un free press dedicato all’arte. Curo la rubrica “Visioni” in cui scrivo del rapporto tra musica e arte attraverso i videoclip. Da pochi giorni è uscito il nuovo numero (75) che contiene l’articolo dedicato al video di Björk, Crystalline.

Vi riporto l’articolo ma potete scaricare tutto il giornale in pdf qui. Buona lettura!

 

Ritorno alla natura

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La pratica fondamentale dell’industria musicale, rispettoai videoclip, è quella di utilizzarli per promuovere i singoli e gli album degli artisti, in modo tale da incrementarne le vendite. Ma esiste anche chi si avvale dei videoclip non solo per una mera questione economica, ma per accrescere il significato estetico della propria musica. Nel caso di Björk, l’eclettica artista islandese capace di associare generi molto diversi tra loro come l’alternative rock, la dance e l’ambient, il videoclip diventa parte integrante di un progetto multimediale più ampio, attento agli apporti tecnologici più moderni. Per il suo nuovo album “Biophilia”, infatti, la cantante ha immaginato un’app per iPhone e iPad che associa ad ogni traccia dell’album un ambiente interattivo. La scena, realizzata con l’aiuto dell’artista Scott Snibbe, rappresenta un universo 3D fluttuante in cui elementi grafici apparentemente sconnessi si uniscono prospetticamente, creando nuove forme e geometrie. Alcuni elementi di queste animazioni digitali sono state riprese nel videoclip del primo singolo “Crystalline” dal regista Michel Gondry, che aveva precedentemente diretto per Björk i videoclip di “Human Behaviour”, “Bachelorette” e molti altri. Nel videoclip, Gondry domina l’alto concetto tecnologico dell’album con la sostanzialità di meteoriti dorate che riempiono crateri lunari producendo un suono, mentre sul terreno nudo danno vita ad oggetti metallici. L’immagine di Björk viene proiettata su un disco metallico rotante sopra la superficie, dove cristalli si materializzano e dissolvono (seguendo il verso della canzone “cristalli crescono come piante”), mentre le animazioni digitali galleggiano nel tempo e nello spazio. L’estetica del videoclip parte quindi dal tecnomorfismo per rappresentare strutture bio e fitomorfe, in sintonia con l’estetica di artisti contemporanei come Matthew Barney, compagno di Björk. La predilezione per la matericità di Gondry, come nel caso delle costruzioni Lego per il video dei White Stripes “Fell In Love With A Girl”, si attua anche attraverso le tecniche di ripresa. Il regista infatti utilizza il passo uno (o stop motion) con cui impressiona un fotogramma alla volta, riposizionando la camera più volte. Questo universo così futuristico si avvicina in realtà alla tematica spirituale espressa dall’album: la biofilia infatti sostiene che abbiamo bisogno del contatto con la natura, e con la complessa geometria delle forme naturali, tanto quanto necessitiamo di ossigeno e elementi nutritivi. Una connessione così grande e forte con la vita di piante e minerali si sviluppa nel finale del videoclip, attraverso il mutamento di Björk da immagine su disco metallico a elemento vivo sulla superficie lunare, supporto per quel particolare ecosistema. La trasformazione è anche un espediente narrativo per lo sviluppo della storia, che si trasforma così in un racconto fiabesco e surreale.

Nel secondo trimestre della specialistica in Design, Comunicazione Visiva e Multimediale che sto svolgendo qui a Roma il corso dedicato al Graphic Design è tenuto dalla professoressa Chiappini (se non sapete chi è visitate il suo sito).

Una delle esercitazioni della professoressa Chiappini durante il corso è quello di realizzare, attraverso dei caratteri creati manualmente, un messaggio di natura civile che dica BASTA. L’esperimento, nato da un workshop tenuto al Politecnico di Milano da Valeria Bucchetti e Giovanni Baule, nel corso degli anni della specialistica ha avuto un tale feedback da permettere di creare un’esposizione dei lavori realizzati. Tale esposizione avverrà proprio stasera, 3 aprile, presso il Circolo Degli Artisti.

Siete tutti invitati. L’ingresso è gratuito.

 

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