foster the people
L’assenza di budget simili a quelli della musica pop ha portato la cultura indie a sorprendere il pubblico attraverso videoclip capaci di non essere autoreferenziali e chiusi nel loro linguaggio e nella loro forma.
METAFISICA LOW-BUDGET
Nel corso degli anni la musica pop ha sempre dato una grande importanza all’immagine, allo spettacolo che si costruiva al di là della musica. Grazie al supporto delle major (le multinazionali della musica) i budget sono sempre stati consistenti e la musica pop si è potuta permettere sperimentazioni artistiche di grande rilievo nelle scenografie, nelle coreografie, e ovviamente nei videoclip. Ma il mondo musicale presenta anche un sottobosco di realtà diverse dalla musica pop, artisti che rifiutano il mondo della musica di massa perchè eccessivamente autoreferenziale, chiuso nel linguaggio e nell’aspetto. Questa forma di indipendenza dalla cosiddetta cultura mainstream (chiamata indie – contrazione di “independent”) non può permettersi di avere budget simili a quelli della musica pop: è compito di tale realtà riuscire a sorprendere attraverso videoclip capaci di discostarsi dalle aspettative del pubblico nei contenuti e nei modi.
Foster The People è un gruppo emergente californiano che appartiene al mondo indie: uscito quest’anno con l’album d’esordio Torches, la band ha sorpreso il pubblico con il videoclip del secondo singolo Call It What You Want, diretto da Ace Norton, un giovane regista cresciuto a Venice Beach tra performer di strada, punk e musicisti, che hanno inevitabilmente influenzato il suo stile – una combinazione di umorismo sfrontato, artigianato artistico, violenza ironica e un po’ di animazione stop-motion.
La frase di apertura del videoclip “Idle minds are the devil’s workshop” è un proverbio che ben indica il contenuto del video: Norton infatti raffigura la band nei pieni e nei vuoti di una sfarzosa villa di Malibu attraverso scene di noia e rabbia, dove l’assurdo diventa solido, presente e perentorio. Attraverso un avvicinamento progressivo dei piani, si scorge un tavolino che espone una serie di pugni dorati, tutti uguali, e un divano che accoglie quattro megafoni (anch’essi dorati) perfettamente allineati: è la serializzazione spinta di Warhol che, ora come allora, cerca attraverso tecniche stranianti di far perdere l’individualità al singolo oggetto moltiplicandolo. La scoperta della stanza in cui la band si esibisce avviene invece come in un quadro di Fontana: lo spazio infatti, inteso non come vuoto ma come luogo di irradiazione di energie ondulatorie, viene rivelato attraverso un taglio (che diventa buco) in cui si celebra la casualità dell’atto che lo apre.
Le invenzioni sceniche più interessanti ci riportano ai dipinti di Magritte; ritroviamo così situazioni inusitate, sconvolgenti, strampalate, risolte con un linguaggio improntato al nostro oggi: un uomo con la testa immersa nella vasca dei pesci, un ragazzo che suona in una vasca mentre da una scala una donna gli versa dell’acqua addosso, un uomo che parla al suo doppio in uno specchio.
La parte finale del videoclip, ambientata all’esterno, ritrae l’esplosione di fuochi d’artificio. Il montaggio, basato tutto sui conflitti delle direzioni e dei piani, ci confonde per poi risolvere l’inquadratura attraverso immagini caleidoscopiche di persone che sorreggono i fuochi d’artificio: è lo stile psichedelico che, come controcultura, vede la sua naturale applicazione in un genere come l’indie.
Nel suo insieme il videoclip aderisce al convincimento che i mezzi non contino mai intrinsecamente e che questi invece debbano essere subordinati alla semantica. Un’operazione volta a prendere le immagini dai luoghi in cui si trovano usualmente, e portarle altrove per “caricarle” e renderle più significative.
