mona museum: macabro e disumano

Mona sta per Museum of Old and New Art ed è la realizzazione del sogno (malato) di David Walsh, importante collezionista d’arte tasmaniano. La sua mente ha una spiccata vocazione per tutto ciò  che può essere definito “strano” o “macabro”. Costato 80 milioni di dollari e progettato da Nonda Katsalidis, il museo ospita la shockante collezione di Walsh come “Cloaca professional” di Wim Delvoye (un’enorme macchina che riproduce il funzionamento dell’apparato digerente dell’uomo e, nutrita due volte al giorno, trasforma il cibo in feci) oppure “On the road to heaven the high-way to bell”, dell’artista Stephen Shanabrook (una tavoletta di cioccolato fondente in cui sono stati mescolati resti di un uomo che si è fatto esplodere).

L’edificio, costruito in riva al fiume Derwent, si sviluppa volutamente verso il basso: una grande scala a chiocciola, in stile Escher, porta nelle viscere della terra, fino a raggiungere 17 metri di profondità, dove sono ospitate le opere (vere protagoniste, dato che il museo è stato progettato intorno a loro, e non viceversa). Il visitatore è costretto a perdersi nella loro ricerca: scale contorte e nessuna targhetta sul muro, l’unica guida a disposizione è The O, un iPod Touch (fornito all’ingresso) capace di localizzare la sua posizione e offerire tre diversi tipi di informazioni a chi sta guardando l’opera: “gonzo”, “ideas” e “artwank”.

Una volta terminata la visita, per riprendersi dallo shock, è possibile bere un bicchiere di vino nel wine bar all’interno dell’edificio, mangiare qualcosa al ristorante o, se il trauma è stato veramente violento, prendere una stanza nell’hotel del museo e abbandonarsi a un sonno rigenerante. Se poi il sonno dovrebbe potrarsi in eterno, c’è anche il cimitero: tra le tante offerte del Mona, previa crematura, ci si può far seppellire lì per restare vicino alla propria opera d’arte preferita.

// fonte: gq style

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